Scorta ai Vinci, nuova richiesta dell’avvocato: «Vivono in uno stato di sorda paura»

Il legale dei genitori del 42enne dilaniato da un’autobomba a Limbadi, Giuseppe De Pace, si appella nuovamente a Prefettura, Procura e Ministero sulla base delle risultanze investigative a carico dei Di Grillo-Mancuso 

Il legale dei genitori del 42enne dilaniato da un’autobomba a Limbadi, Giuseppe De Pace, si appella nuovamente a Prefettura, Procura e Ministero sulla base delle risultanze investigative a carico dei Di Grillo-Mancuso 

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L’avvocato Giuseppe De Pace torna a chiedere la scorta per la signora Rosaria Scarpulla e per il marito Francesco Vinci, genitori di Matteo, il 42enne dilaniato da un’autobomba esplosa il 9 aprile scorso a Limbadi. Lo fa inviando una nuova richiesta, “con la massima urgenza” al prefetto facente funzioni di Vibo Valentia, Eugenio Pitaro, al procuratore Nicola Gratteri, al ministro dell’Interno Matteo Salvini. La nuova richiesta viene formulata, spiega De Pace, sulla base delle «risultanze investigative, come dal Decreto di fermo emesso dalla Procura a carico della famiglia Mancuso-Di Grillo, nel quale emerge “ictu oculi” il già denunciato pericolo di vita attuale, concreto e imminente in capo ai coniugi superstiti dell’azione criminosa». E, ancora, dalle motivazioni dell’ordinanza del gip a seguito dell’udienza di convalida del fermo, nelle quali «si sottolinea l’abnorme rete capillare e territoriale della quale dispongono i Mancuso, che possono attivare in ogni momento per portare a termine il loro disegno di annientamento dei Vinci-Scarpulla. I miei assistiti – annota l’avvocato – versano in uno stato di sorda paura di subire la stessa fine del loro povero figlio, atteso che nessuna forma di seria protezione è stata predisposta a loro tutela». Si chiede dunque, nello specifico, che «le autorità in indirizzo vogliano, senza indugio alcuno, provvedere ad assegnare una scorta armata H-24 a tutela della loro incolumità fisica e della loro agibilità personale; con l’avvertenza che, in mancanza, agiremo in tutte le sedi, anche internazionali, perché il loro giusto diritto venga affermato».

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