lunedì,Settembre 26 2022

Omicidio Piccione a Vibo: acquisite nel processo le dichiarazioni del defunto Antonio Grillo

A 29 anni dal fatto di sangue, seconda udienza in Corte d’Assise a Catanzaro con la deposizione del primo teste dell’accusa. Il delitto del geologo sarebbe stato deciso dai vertici del clan Lo Bianco dopo l’uccisione di un loro congiunto

Omicidio Piccione a Vibo: acquisite nel processo le dichiarazioni del defunto Antonio Grillo
Nel riquadro Filippo Piccione

Seconda udienza dinanzi alla Corte d’Assise di Catanzaro (presidente Alessandro Bravin) per il processo che mira ad accertare le responsabilità sull’omicidio dell’imprenditore e geologo Filippo Piccione, ucciso in via Dante Alighieri a Vibo Valentia domenica di carnevale del 21 febbraio 1993, intorno alle ore 21.15. Due gli imputati: Salvatore Lo Bianco, 50 anni, detto “U Gniccu” (già in carcere per Rinascita Scott) e il cugino Rosario Lo Bianco, 52 anni, detto “Sarino Pompa” (genero del defunto boss Carmelo Lo Bianco, detto “Sicarro”). La Corte ha ammesso le richieste di prova presentate dalle parti, comprese le dichiarazioni sul fatto di sangue rese da Antonio Grillo, alias “Totò Mazzeo”, da tempo deceduto, e che aveva iniziato una clamorosa collaborazione con la giustizia. In questo caso sono stati acquisiti sia i verbali con le accuse di Antonio Grillo in ordine alle responsabilità per l’omicidio di Filippo Piccione e sia i verbali con le sue ritrattazioni. [Continua in basso]

Salvatore Lo Bianco (“U Gniccu”)

E’ stato poi escusso nel processo il primo teste della pubblica accusa – rappresentata oggi in aula dal pm della Dda Veronica Calcagno – ovvero il maresciallo Francesco Maida. Il teste, rispondendo alle domande del pm e poi dei difensori degli imputati (gli avvocati Vincenzo Gennaro e Giuseppe Orecchio per Salvatore Lo Bianco e l’avvocato Patrizio Cuppari per Rosario Lo Bianco), ha ripercorso in aula le fasi relative a due fatti di sangue: l’omicidio di Leoluca Lo Bianco (cl. ’68) avvenuto l’1 febbraio 1992 in contrada Nasari a Vibo, con colpi di fucile partiti dalla proprietà di Piccione, e poi quello del geologo Filippo Piccione, ucciso a Vibo a due passi da casa non lontana dalla centralissima piazza Municipio. L’omicidio di Leoluca Lo Bianco è rimasto allo stato impunito e non vi è alcun elemento di una qualunque responsabilità da parte di Filippo Piccione. Tuttavia, la convinzione da parte dei Lo Bianco circa un coinvolgimento di Filippo Piccione nell’omicidio di Leoluca Lo Bianco avrebbe portato alla decisione da parte del clan di eliminare il geologo vibonese. Il teste ha quindi riferito su accertamenti fatti all’epoca da altri investigatori sui due fatti di sangue e che sono stati presi in considerazione per la riapertura delle indagini dopo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sui due omicidi.

Rosario Lo Bianco

Secondo l’accusa, Antonio Grillo, alias “Totò Mazzeo”, e Rosario Lo Bianco avrebbero fatto da “palo”, avvertendo gli esecutori materiali in ordine agli spostamenti della vittima designata. Salvatore Lo Bianco (detto “U Gniccu”, (fratello di Leoluca Lo Bianco assassinato l’anno precedente) sarebbe stato accompagnato sul luogo del delitto dal cugino Nicola Lo Bianco (figlio di Carmelo Lo Bianco, “Sicarro”). Sia Salvatore Lo Bianco che Nicola Lo Bianco avrebbero indossato maschere di carnevale. A sparare i colpi di pistola all’indirizzo di Filippo Piccione sarebbe stato Salvatore Lo Bianco (“U Gniccu”). [Continua in basso]

Antonio Grillo (detto “Totò Mazzeo”)

Le persone offese sono state individuate dalla Dda di Catanzaro in Concetta Maria Valente (moglie di Filippo Piccione), Francesca Piccione, Gianluca Piccione, Rocco Piccione, Domenico Piccione, Elisabetta Piccione (figli della vittima), tutte parti civili nel processo con gli avvocati Francesco Gambardella e Danilo Iannello. Per l’udienza odierna era prevista anche la deposizione del tenente colonnello Valerio Palmieri – già alla guida dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Vibo – che tuttavia è stata rimandata in quanto contemporaneamente impegnato nell’aula bunker di Lamezia Terme con il controesame del maxiprocesso Rinascita-Scott.

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