Dissequestrati dal gip di Vibo i beni dei Ruffa di San Gregorio per 3,6 milioni

Il giudice dice No alla proposta di confisca del patrimonio degli imprenditori avanzata dalla Procura sulla scorta delle risultanze investigative della Dia

Il giudice dice No alla proposta di confisca del patrimonio degli imprenditori avanzata dalla Procura sulla scorta delle risultanze investigative della Dia

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Rigettata dal gip del Tribunale di Vibo Valentia, Lorenzo Barracco, la proposta di confisca di un patrimonio del valore di oltre tre milioni e mezzo di euro avanzata dalla locale Procura nei confronti di Gregorio Ruffa, 73 anni, di San Gregorio d’Ippona, e dei quattro figli (Giuseppe, Francesco, Vincenzo e Anna) e della moglie Domenica.

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Il sequestro era stato operato dalla Dia, dal Gico della Guardia di Finanza di Catanzaro e dallo Scico nel giugno del 2014 e comprendeva: quattro patrimoni aziendali, 50 immobili, terreni a San Gregorio ed a Dinami, 14 beni mobili registrati fra auto e macchinari agricoli.

Il valore dei beni ammonta esattamente a 3,6 milioni di euro. Dissequestrate in particolare le ditte individuali “Ruffa Gregorio” e “Ruffa Vincenzo“, operanti nel commercio all’ingrosso di bevande e che hanno pure in gestione un frantoio oleario, e le ditte di “Ruffa Francesco” e “Ruffa Giuseppe” esercenti l’attività di colture olivicole.

Gregorio Ruffa è stato condannato nel 2007 con sentenza definitiva a 1 anno e 8 mesi per ricettazione di un’arma da fuoco alterata. Gli inquirenti contestavano una netta sproporzione fra i redditi dichiarati da Ruffa dal 1998 al 2010 rispetto al patrimonio effettivamente posseduto. Gregorio Ruffa era stato inoltre accusato da un testimone di giustizia, nell’ambito dell’inchiesta antimafia “Rima” del 2005, di aver ricevuto gli assegni provento di usura dal boss di San Gregorio d’Ippona, Rosario Fiarè. L’accusa non aveva però avuto sbocchi processuali.

Il gip ha accolto le argomentazioni difensive prospettate da Gregorio Ruffa attraverso gli avvocati Enzo Galeota e Michele Ciconte che si sono avvalsi del supporto del commercialista – e consulente della difesa – Giuseppe Procopio che ha redatto un’articolata perizia contabile.

Altre due relazioni contabili sono state poi effettuate dal dottore Aldo Larizza nell’interesse di Francesco Ruffa (figlio di Gregorio) ed una dal dott. Vincenzo Limardo, perito nominato dal giudice.

Le tre relazioni contabili hanno in comune un elemento ritenuto “fondamentale” dal gip: il netto rifiuto di utilizzare il metodo di ricostruzione del patrimonio seguito dalla Dia (Direzione investigativa antimafia) che, quanto alla capacità patrimoniale del singolo prende  come riferimento le sole dichiarazioni dei redditi ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (dichiarazione Irpef). La consulenza del commercialista Procopio è inoltre servita al giudice per ricostruire correttamente tutto il patrimonio dei Ruffa e la sua capacità di spesa negli anni con il calcolo anche del costo del lavoro negli anni di interesse.

Nel caso specifico dei Ruffa (Gregorio ed i figli Giuseppe e Francesco), quindi, è venuta in rilievo un’attività di impresa in ambito agricolo con la conseguenza che il reddito reale necessita del dato relativo ai ricavi conseguiti, ai costi sostenuti ed agli eventuali contributi percepiti, per i quali si rende necessario sostituire il reddito agrario delle rendite catastali (il solo elemento di cui ha tenuto conto la Dia, oltre al reddito desumibile dalle dichiarazioni irpef) con i dati scaturenti dalla dichiarazione ai fini dell’Irap in cui è evidenziato il risultato dell’impresa agricola oppure con quelli scaturenti dalla dichiarazione ai fini dell’Iva.

Le consulenze hanno tutte dimostrato che i beni nella disponibilità dei Ruffa e posti sotto sequestro appaiono coerenti con le loro possibilità economiche derivanti dalle attività di impresa e nessun elemento è stato portato dagli inquirenti per sostenere la presunta fittizietà dell’intestazione dei beni in questione. Inoltre i beni di cui la Procura ha chiesto al gip la confisca, per il giudice sono entrati a far parte del patrimonio di Gregorio Ruffa tra i 25 ed i 3 anni prima della commissione del reato di ricettazione che risale al 2007 e quindi non possono ricondursi in alcun modo a tale reato (l’unico per il quale Gregorio Ruffa ha riportato una condanna). Fra l’altro, il gip non ravvisa nessun collegamento fra la ricettazione di un’arma ed i beni dallo stesso posseduti.

In un caso, inoltre, il terreno sequestrato a Domenica Ruffa, moglie di Gregorio, risulta acquistato nel 1978, cioè 30 anni prima della commissione del reato di ricettazione da parte del marito, ossia in un periodo “neppure preso in considerazione nell’analisi patrimoniale operata dalla Dia che arriva sino al 1988”.