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Il genero del boss Giuseppe Mancuso era accusato di traffico di armi e droga con il clan Ladini di Cinquefrondi

Cronaca

Dieci anni, 4 mesi e 32.400 euro di multa. Questa la condanna del gup distrettuale di Reggio Calabria, inflitta a Salvatore Cuturello, 47 anni, di Nicotera Marina, genero del boss della ‘ndrangheta Giuseppe Mancuso (cl. '49, alias 'Mbroghjia, uno dei vertici incontrastati del clan che sta scontando 30 anni di carcere), arrestato nel dicembre del 2015 nell’ambito dell’operazione antimafia “Saggio Compagno” della Dda di Reggio Calabria. 

Cuturello era accusato di detenzione di armi (almeno 68) che avrebbe affidato in custodia l’11 marzo 2014 a Giuseppe Ladini, soggetto ritenuto di spicco all’interno dell’omonimo clan di Cinquefrondi, a sua volta condannato a 20 anni di reclusione e 74mila euro di multa. Cuturello era inoltre di reati inerenti gli stupefacenti (cocaina e marijuana) aggravati dall’articolo 7 della legge antimafia.

 A far finire nei guai Cuturello (in foto), alcune intercettazioni che la Cassazione in sede di Riesame ha giudicato dal “significato inequivocabile”. Come quella in cui il presunto capo clan, Giuseppe Ladini, aveva fatto riferimento al prezzo di 68 armi, interrogandosi sul guadagno che avrebbe ricavato dalla programmata vendita. Nel contesto discorsivo, Ladini si era riferito anche “a tale Turi, che sarebbe dovuto intervenire nella negoziazione, aggiungendo che qualcuno si sarebbe dovuto portare a Limbadi o Nicotera, paesi che, secondo le notizie acquisite in atti, sono quelli di nascita e residenza dell'indagato”.

Emerge poi che Ladini aveva evocato la presenza di una persona, che appellava indifferentemente con il nome di Turi o Salvatore. A completare l'identificazione, pure le comunicazioni tramite facebook tra Giuseppe Ladini e Salvatore Cuturello, nonché la pluralità di visite effettuate da Cuturello nell'abitazione del capo cosca “nello stesso contesto temporale in cui questi si incontrava con i coindagati, accertate tramite visione diretta da parte di personale di polizia giudiziaria, nonché i numerosissimi messaggi telefonici intercorsi tra i due”.

Sottolineata anche  la “costanza di rapporti tra Cuturello e Ladini, dirigente del sodalizio mafioso, che in quel frangente storico stava realizzando il progetto criminale di dare vita ad un proprio autonomo sodalizio delinquenziale, con l'appoggio della famiglia Ierace” di Cinquefrondi.

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