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Rinascita-Scott: il verbale del defunto pentito Pino Scriva e l’omicidio del giudice Ferlaino

La Dda di Catanzaro, atteso il decesso dello storico collaboratore di giustizia, fa acquisire agli atti del processo le sue dichiarazioni e spuntano pure accuse nei confronti dello scomparso senatore vibonese Antonino Murmura

Rinascita-Scott: il verbale del defunto pentito Pino Scriva e l’omicidio del giudice Ferlaino
Pino Scriva e a destra la prima pagina della Gazzetta del Sud all'indomani dell'omicidio del giudice Francesco Ferlaino
Pino Scriva a Reggio Calabria il 18 luglio 1985 in un processo contro il clan Piromalli

E’ stato acquisito agli atti del processo Rinascita-Scott, in corso dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia, il verbale di interrogatorio reso dal collaboratore di giustizia Pino Scriva (cl. ’46), di Rosarno, deceduto nelle scorse settimane. Si tratta del primo collaboratore di giustizia della ‘ndrangheta calabrese degli anni ’80, riascoltato il 21 giugno 2018 dal pm della Dda di Catanzaro, Antonio De Bernardo, unitamente ai carabinieri del Ros e del Nucleo Investigativo di Vibo Valentia. Il verbale – di cui pubblichiamo in anteprima il contenuto – riserva alcuni passaggi importanti anche in relazione all’omicidio del giudice Francesco Ferlaino, ucciso a Lamezia Terme il 3 luglio 1975. Un omicidio ad oggi impunito. [Continua dopo la pubblicità]

LE DICHIARAZIONI DI PINO SCRIVA

Facevo parte della famiglia Scriva che era una famiglia importante della ‘ndrangheta. Mio padre è stato detenuto in carcere per aver ucciso l’autore dell’omicidio di suo fratello Giuseppe, che si chiamava come me. Da quel momento – ricorda Pino Scriva – è iniziato un attrito con la famiglia Cannizzaro, che è sfociato in una faida. Ho rivisto mio padre quando avevo quattro anni. Ricordo che dopo aver subito un agguato, in cui non rimaneva neanche ferito, mio padre ci ha fatto allontanare da Rosarno e ci siamo trasferiti con tutta la famiglia a Ventimiglia. Quando avevo l’età di 18 anni abbiamo fatto rientro a Rosarno per volontà di mio padre e dopo poco l’hanno ucciso”.

Umberto Bellocco

SCRIVA E L’AFFILIAZIONE ALLA ‘NDRANGHETA

Ho iniziato a far parte della ‘ndrangheta a 18 anni quando mi hanno fatto picciotto e poi camorrista. Mi hanno riconosciuto un terzo di anzianità perché da bambino ero stato fatto giovane d’onore per appartenenza alla mia famiglia. All’epoca a Rosarno c’erano solo gli Scriva che non erano sotto altre famiglie”. Pino Scriva conferma quindi di aver raggiunto la dote di “medaglione” o “associazione”, spiegando che sono la “medesima cosa perché sino al 1982 erano queste le doti più alte della ‘ndrangheta in tutta la Calabria, quindi anche a Cosenza e Vibo Valentia, nella zona del Catanzarese e di Cutro. L’appartenenza a tale associazione serve affinchè tutti i referenti dei vari locali possano riconoscersi fra loro, sapere chi comanda in un determinato posto, portarsi reciprocamente rispetto e scambiarsi favori se necessario, oltre a prendere decisioni condivise sulle questioni di interesse comune, che vanno oltre gli interessi e le competenze del singolo locale”. [Continua in basso]

Gioacchino Piromalli di Gioia Tauro in una vecchia foto

Pino Scriva spiega quindi di aver ricevuto la dote della Santa in carcere per conferimento da parte del boss di Rosarno Umberto Bellocco, “con l’organizzazione della ‘ndrangheta che è diventata unitaria a partire dal 1981. “L’associazione” era il vertice della ‘ndrangheta che prendeva decisioni quando si discuteva di questioni che riguardavano tutti gli appartenenti dei paesi o si dovevano fare omicidi importanti come quando è stato commesso l’omicidio del giudice Ferlaino. Le riunioni avvenivano durante la festa di Polsi che consentiva di farle senza essere scoperti, approfittando della confusione creata dall’afflusso di pellegrini. Ricordo che ai tempi si raggiungeva il Santuario a piedi e ognuno di noi, che ormai ci conoscevamo tutti, era armato. A quei tempi lo ‘ndranghestista più importante era Gioacchino Piromalli”.

Luigi Mancuso

I MANCUSO E LA ZONA DEL VIBONESE

Secondo il collaboratore di giustizia Pino Scriva, nella zona di Vibo Valentia ci sono le stesse strutture di ‘ndrangheta del reggino. Io conosco personalmente i Mancuso di Limbadi – ha dichiarato il collaboratore – che mi ospitavano quando andavo da loro mentre ero latitante perché ero ricercato per l’omicidio di Pasquale Apa. Loro comandavano la ‘ndrangheta di quella zona. Conosco Peppe Mancuso e Luigi Mancuso che facevano sicuramente parte della ‘ndrangheta e dell’associazione che ho descritto, anche se non so che dote avessero all’epoca. Ricordo che avevano un ristorante a Nicotera Marina. Nella ‘ndrangheta contava di più Luigi Mancuso, per i suoi rapporti con i Piromalli, per i quali aveva fatto molti omicidi. In quegli anni Peppe Piromalli ha deciso la morte di molte persone. Luigi Mancuso aveva rapporti più stretti specialmente con Peppe Piromalli. I Mancuso sono stati fortunati perché i Piromalli – non tanto Peppe, quanto Gioacchino – gli hanno consentito di portare il materiale inerte per la costruzione del Porto di Gioia Tauro. In quel periodo sono andato in zona a procacciare per loro l’acquisizione dei terreni da dove estraevano il materiale. Chiaramente imponevo la cessione del terreno ad un prezzo che noi decidevamo, altrimenti l’avrebbero perso lo stesso senza avere una lira”. [Continua in basso]

Il senatore Antonino Murmura in una foto degli anni ’80

L’OMICIDIO DEL GIUDICE FERLAINO E LE ACCUSE AL SENATORE MURMURA

E’ a questo punto del verbale che il collaboratore di giustizia Pino Scriva ricorda che: “Per la vicenda dell’omicidio del giudice Ferlaino ricordo che in un’udienza, dove io avevo chiesto al giudice di rimanere un po’ di tempo con mia moglie, lui ha ordinato alla scorta di portarmi via subito. In quella circostanza gli ho detto che speravo qualcuno lo uccidesse”. Richiamando quindi le dichiarazioni rese in altro verbale del 4 aprile 2002 alla Procura di Messina, il collaboratore anche nell’interrogatorio del 21 giugno 2018 ha confermato che “la decisione di uccidere il magistrato Ferlaino fu presa in una riunione svoltasi nel Bosco di Rosarno-Gioia Tauro alla quale io partecipai non perché fossi stato invitato ma perché in quel periodo mi trovavo latitante in quel luogo. A tale riunione erano presenti Peppe Piromalli, Giuseppe Avignone di Taurianova, Paolo De Stefano, Saverio Mammoliti ed altri che in questo momento non ricordo.

Il defunto boss Peppino Piromalli

Intervenne anche tale senatore Murmura, che io non conoscevo e che mi fu presentato  da Piromalli in tale occasione. Fu appunto Murmura che ad un certo punto evidenziò che Ferlaino stava rompendo le uova nel paniere; al che Piromalli ribattè che se erano riusciti ad aggiustare ben altre vicende, non vi sarebbero stati problemi per risolvere anche questa vicenda. Non so che tipo di rapporti avessero Giuseppe Piromalli e il senatore Murmura, ma ricordo che me lo ha presentato lui, tanto è vero che mentre ero collaboratore ed ero in aereoporto con la scorta, ho incontrato il senatore Murmura e ci siamo salutati”.

Sin qui le dichiarazioni del collaboratore Pino Scriva che negli anni ’80 aveva accusato il senatore Murmura di essere stato anche presente alla strage di Razzà quando nel corso di un summit l’1 aprile 1977  sono rimasti uccisi in una campagna di Taurianova due carabinieri che avevano scoperto la riunione clandestina fra i clan. Da tali accuse per la strage di Razzà – ritrattate da Pino Scriva – il senatore democristiano Antonino Murmura (deceduto a Vibo nel 2014) è stato prosciolto da ogni addebito.

Giacomo Lauro

L’OMICIDIO FERLAINO E LE ACCUSE DEL PENTITO GIACOMO LAURO

Pino Scriva il cui verbale del 2018 è stato ora integralmente acquisito agli atti del processo Rinascita-Scott, non è però il solo collaboratore ad aver parlato dell’omicidio del giudice Ferlaino e della riunione in cui sarebbe stata decisa la sua eliminazione. Prima di lui, nel 1995 era stato il reggino Giacomo Lauro – il più importante collaboratore di giustizia calabrese degli anni ’90 – a dichiarare alla Dda di Reggio Calabria, che stava istruendo la storica operazione antimafia denominata “Olimpia”, come “il giudice Ferlaino venne ucciso perché si ruppero gli equilibri all’interno della massoneria. Il Ferlaino si opponeva alla degenerazione della struttura massonica – ha dichiarato Lauro – da organismo lecito ad illecito.

Paolo De Stefano

Tutto ciò mi è stato detto da Paolo De Stefano e, durante la seconda guerra di mafia, mi è stato confermato pure da Pasquale Condello il quale mi disse che Paolo De Stefano era presente proprio quando personaggi massonici e personaggi mafiosi decisero di sopprimere il giudice Ferlaino. Uno dei personaggi massonici che in quell’occasione si era incontrato con Paolo De Stefano in quella riunione di ‘ndrangheta era il senatore Murmura, il cui nominativo ho già indicato come facente parte dell’elenco massonico di Cosimo Zaccone”.

Le dichiarazioni Giacomo Lauro, unitamente a quelle del collaboratore di giustizia di Sant’Onofrio Rosario Michienzi – che aveva accusato il senatore Murmura di aver preso parte ad una riunione a Stefanaconi per decidere le strategie elettorali dell’allora D.C. locale e la compraventita di voti a Sant’Onofrio unitamente ai boss Nicola Bartolotta, Rosario Petrolo, ed a personaggi come Pasquale Matina e Gerardo D’Urzo – sono state però archiviate (dopo un trasferimento di atti da Catanzaro a Reggio Calabria) e la vicenda per il senatore Murmura si è conclusa nel migliore dei modi.

Pantaleone Mancuso (“Vetrinetta”)

BLACK MONEY E RINASCITA-SCOTT

Da ultimo il nome del senatore Murmura è spuntato fuori nelle inchieste della Dda di Catanzaro denominate “Black money” e “Rinascita-Scott”. Non ci sono collaboratori di giustizia in questo caso ma sono direttamente gli indagati (poi arrestati) – intercettati a loro insaputa – ad associare il nome del parlamentare vibonese ad esponenti malavitosi. Nel primo caso (inchiesta Black money), il boss Pantaleone Mancuso, alias “Vetrinetta” (lo stesso boss ormai defunto a cui si deve la “confessione” captata dalle “cimici” sulla trasformazione della ‘ndrangheta in un’entità para-massonica) – dialogando con una sua amica con ruoli di primo piano nel mondo dell’associazionismo vibonese –

Ciccio Mancuso deceduto nel 1997

spiegava rapporti esistenti – scrissero i magistrati antimafia – fra la sua famiglia e diversi esponenti politici”, sottolineando che fra le amicizie coltivate da suo fratello Ciccio, ovvero Francesco Mancuso (cl. ’29) fondatore dell’omonimo clan e deceduto nel 1997, vi erano anche quelle con politici di spicco degli anni ottanta come Giacomo Mancini e Antonino Murmura. “Perché la ‘ndrangheta è politica spiegava Pantaleone Mancuso nelle intercettazioni – ed i politici ci hanno usato e poi scaricato dopo aver fatto la fila con mio fratello”.

Giovanni Giamborino

Nel secondo caso – inchiesta Rinascita-Scott coordinata dal procuratore Nicola Gratteri – è un arrestato di spicco dell’operazione ad parlare nelle intercettazioni: Giovanni Giamborino di Piscopio, le cui “confessioni” costituiscono un “tassello” importante nelle accuse mosse al boss Luigi Mancuso ed all’avvocato ed ex senatore di Forza Italia, Giancarlo Pittelli. Parlando con un personaggio di Laureana di Borrello, Giovanni Giamborino avrebbe spiegato di aver conosciuto bene il senatore vibonese: Murmura è morto di fame, a Murmura io per un 7-8 anni di fila gli cambiavo sempre l’assegno ogni fine mese, che non arrivava a fine mese. Di 6mila euro…che se vanno a fare tutte le indagini di tutti gli assegni che mi sono versato io di Toni Murmura, all’epoca si potevano fare, ogni fine mese quando arrivava giorno 20 mi dava unassegno a 10 giorni per andare a cambiarglielo …, per 7/8 anni di fila … a Roma mi tartassava tutti i giorni il senatore … quando arrivava il 20/21 il 22 massimo, tante volte non gli rispondevo e tante cose, voleva cambiati gli assegni di …”. Parola (vera o falsa che sia lo stabiliranno i magistrati) di Giovanni Giamborino, attualmente detenuto per associazione mafiosa (clan Mancuso).

Il giudice Francesco Ferlaino

Al defunto senatore Antonino Murmura nel 2015 è stata intitolata la Sala Congressi della Camera di Commercio di Vibo ed ogni anno una Fondazione che porta il suo nome, voluta dai suoi  familiari, organizza un premio intitolato alla sua memoria destinato a studenti e studiosi delle Università.

Al nome del giudice Francesco Ferlaino – il cui omicidio resta ad oggi impunito – sono invece dedicati il palazzo di giustizia di Catanzaro, l’aula della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro e una via di Lamezia Terme.

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