martedì,Settembre 21 2021

Omicidio Piccione: sono dieci gli indagati, più altri sei deceduti. Ecco tutte le accuse

Il delitto del geologo di Vibo deciso dai vertici del clan Lo Bianco dopo l’uccisione di un loro congiunto. Un fatto di sangue avvenuto la domenica di carnevale del 21 febbraio 1993

Omicidio Piccione: sono dieci gli indagati, più altri sei deceduti. Ecco tutte le accuse

Sono in totale dieci gli indagati dell’inchiesta dei carabinieri (Ros e Nucleo Investigativo di Vibo), coordinata dal pm della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci e dal procuratore Nicola Gratteri, che ha portato all’arresto di Salvatore Lo Bianco, 49 anni, detto “U Gniccu” (già in carcere per Rinascita-Scott), e di Rosario Lo Bianco, 52 anni, di Vibo Valentia (genero del defunto boss Carmelo Lo Bianco, detto Sicarro, per averne sposato la figlia). E sarebbero saliti a 16 se sei persone non fossero nel frattempo decedute: Carmelo Lo Bianco detto “Piccinni” (cl. 32), il cugino omonimo Carmelo Lo Bianco (cl. ’45), alias “Sicarro”, Nicola Lo Bianco (cl. ’72, figlio di “Sicarro”), Vincenzo Lo Bianco, Antonio Grillo, detto “Totò Mazzeo”, Antonino Lo Bianco, quest’ultimo padre di Leoluca Lo Bianco (cl. ’68) ucciso l’1 febbraio 1992.

Tali sei persone decedute, unitamente a Paolino Lo Bianco, 58 anni (figlio di “Piccinni”), Domenico Lo Bianco (cl. ’42), Michele Lo Bianco, 73 anni, detto “U Cicciu” (fratello di “Sicarro”), Leoluca Lo Bianco, 62 anni, detto “U Rozzu” (nipote dei due Carmelo Lo Bianco), Filippo Catania, 70 anni (cognato di “Piccinni”), Vincenzo Barba, 69 anni, detto “U Musichiere”, Antonino Franzè, 66 anni, tutti di Vibo Valentia, sono ritenute i mandanti dell’omicidio dell’imprenditore e geologo Filippo Piccione, in quanto ritenevano quest’ultimo coinvolto nell’omicidio di Leoluca Lo Bianco (cl. ’68) avvenuto l’1 febbraio 1992 in contrada Nasari a Vibo. [Continua in basso]

Rosario Lo Bianco

In particolare, nella domenica di carnevale del 21 febbraio 1993, intorno alle 21.15, per decisione dei vertici della “società maggiore” del locale di ‘ndrangheta di Vibo Valentia e più precisamente per volontà di Carmelo Lo Bianco (“Piccinni”), Carmelo Lo Bianco (“Sicarro”), Vincenzo Lo Bianco e Antonino Lo Bianco (tutti deceduti), nonché per volere di Michele Lo Bianco, Domenico Lo Bianco, Leoluca Lo Bianco (“U Rozzu”), Paolino Lo Bianco, Vincenzo Barba, Filippo Catania e Antonio Franzè, sarebbe stato conferito il mandato omicidiario per eliminare Filippo Piccione.

Antonio Grillo, alias “Totò Mazzeo” e Rosario Lo Bianco avrebbero fatto da “palo”, avvertendo gli esecutori materiali in ordine agli spostamenti della vittima designata. Salvatore Lo Bianco (detto “U Gniccu”, fratello di Leoluca Lo Bianco assassinato l’anno precedente) sarebbe stato accompagnato sul luogo del delitto dal cugino Nicola Lo Bianco (figlio di Carmelo Lo Bianco, “Sicarro”). Sia Salvatore Lo Bianco che Nicola Lo Bianco avrebbero indossato maschere di carnevale. A sparare i colpi di pistola all’indirizzo di Filippo Piccione, a due passi da piazza Municipio e nei pressi dell’abitazione della vittima, sarebbe stato Salvatore Lo Bianco (“U Gniccu”). Le contestazioni per tutti gli indagati sono aggravate dalla premeditazione e dalle finalità mafiose.

Di false dichiarazioni al pm deve invece rispondere Alfredo Calafati, 60 anni, di Pannaconi di Cessaniti. In particolare, secondo l’accusa, dopo essere sopravvissuto alla vendetta da parte della famiglia Lo Bianco – in contraddizione con le dichiarazioni rese nei verbali di sommarie informazioni testimoniali del 2 febbraio 1992 e del 22 febbraio 1993 – riferiva che non vi erano conflitti di vicinato che riguardavano Filippo Piccione e di non sapere se nella zona vi erano stati danneggiamenti mediante il taglio di alberi o furti, cambiando totalmente versione e affermando addirittura – si legge nel capo d’imputazione – che Filippo Piccione non gli aveva mai parlato di furti o danneggiamenti subiti nella proprietà dove aveva sede l’azienda, fatta eccezione per un episodio in cui Piccione gli aveva chiesto di andare a verificare la rottura, ma non il taglio di qualche pianta. A tal proposito, Calafati precisava di essersi recato a verificare quanto dettogli dal suo datore di lavoro, ma di aver constatato che le piante potevano essere state danneggiate addirittura dal passaggio di un trattore o anche dal vento”. Sempre Alfredo Calafati – in contraddizione con precedenti verbali di sommarie informazioni testimoniali – avrebbe aggiunto di non sapere se Filippo Piccione avesse sporto delle denunce per furti e danneggiamenti e che, comunque, “con il proprietario del terreno vicino c’era un rapporto cordiale perché ogni tanto il dott. Piccione gli faceva prendere dal pozzo l’acqua oligominerale per bere”.

Salvatore Lo Bianco (“U Gniccu”) è difeso dagli avvocati Raffaele Manduca e Giuseppe Orecchio, Michele Lo Bianco dall’avvocato Michelangelo Miceli e Leopoldo Marchese. Paolo Lo Bianco, Filippo Catania, Vincenzo Barba, Michele Lo Bianco, Salvatore Lo Bianco si trovato attualmente sotto processo anche per Rinascita-Scott.

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