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Ospedali di comunità, “Calabria sociale”: «Così si cerca di giustificare la chiusura dei nosocomi»

Il portavoce Cortese traccia un’analisi delle criticità del sistema sanitario locale e accede i riflettori su Tropea: «In base alla programmazione resterà un ospedale generale ma resta il nodo assunzioni»

Ospedali di comunità, “Calabria sociale”: «Così si cerca di giustificare la chiusura dei nosocomi»
L'ospedale di Tropea

Difendere il diritto alla salute, implementare i servizi forniti dall’ospedale di Tropea e dai nosocomi locali, contrastare la migrazione sanitaria che pesa sulle tasche delle famiglie e sulla sanità calabrese. Sono i punti fermi dell’associazione “Calabria sociale” divenuta realtà nella Perla del Tirreno nel 2020. Il portavoce del sodalizio, Domenico Cortese ci spiega: «Il sodalizio nasce per portare avanti la lotta per il ripristino del diritto alla salute, a un servizio sanitario pubblico di qualità contrastando le ingerenze e il conflitto di interessi del settore sanitario privato. Importante per noi è la condivisione del percorso con associazioni e realtà di altri comuni e province che si trovano in linea con le nostre rivendicazioni, superando qualsiasi tipo di localismo e campanilismo». Ma quali sono le difficoltà attraversate dal sistema sanitario? Il referente dell’associazione non ha dubbi: «La sanità locale – fa rilevare- riflette perfettamente i due problemi principali che caratterizzano il servizio sanitario italiano: la riduzione della spesa per il fondo sanitario in rapporto alla popolazione anziana e il crescente peso politico della medicina privata. Nella nostra area – aggiunge Cortese – tutto ciò è portato ai suoi estremi per via del piano di rientro sanitario in vigore da 12 anni (che fa pagare alla popolazione gli errori commessi dalla classe dirigente e si fondo su un calcolo errato dei fondi garantiti alla nostra regione per le cure sanitarie) e non potrà che peggiorare, in futuro, con l’istituzione dell’autonomia differenziata». L’analisi non lascia spazio a interpretazioni: «Esiste già oggi una disparità nella capillarità della rete ospedaliera tra la nostra regione e la nostra provincia e il resto del Paese (che, a sua volta, come accennato, sta subendo le conseguenze dei tagli alla sanità pubblica). Di recente è stato reso noto il nuovo piano di riordino della rete ospedaliera calabrese e i 374 posti letto (pl) previsti assegnati in esso alla provincia di Vibo Valentia, comprensivi dei pl privati (284 pubblici di cui 58 per acuti a Tropea, 171 a Vibo Valentia, 35 a Serra San Bruno con altri 20 per post acuti, oltre ai 90 privati) dovrebbero essere determinati pari a 619 posti letto, secondo i comuni criteri rispetto alla popolazione e relativo bacino di utenza».

La spesa sanitaria

Le conseguenze sono di non poco conto: «Alla restrizione delle capacità delle strutture pubbliche, in generale, va di pari passo il rafforzamento delle strutture private e private convenzionate: secondo il rapporto Crea la spesa sanitaria privata nell’anno 2022 ha raggiunto i 40,1 miliardi, in crescita dello 0,6% medio annuo nell’ultimo quinquennio, mentre la quota di ricoveri in strutture accreditate sul totale è passato dal 24,8% (2017) al 27,1% dell’anno 2022. Tutto ciò si riflette ovviamente nel presidio ospedaliero di Tropea che costituisce quasi, ormai, un guscio vuoto. Le segnalazioni di disservizi da parte dei cittadini- tiene a precisare Cortese – sono rare perché quella che prevale, ormai, è soprattutto la rassegnazione da parte della cittadinanza ma, allo stesso tempo, è difficile trovare una persona che neghi l’evidenza della drammaticità della situazione».

In questo quadro, si delinea la situazione di Tropea: «In base a quanto programmato resterà un ospedale generale con la presenza di un pronto soccorso, che però già da oggi per essere efficiente dovrebbe necessariamente attrezzarsi di una diagnostica di laboratorio completa e di una radiologia con relativa dotazione. Sarebbe prioritaria la presenza di un efficiente equipe sanitaria, in funzione h. 24/7, per la diagnostica e per stabilire un percorso attivo per l’eventuale ricovero o trasferimento del paziente nell’Uo più opportuna. Sulla carta, nel presidio ospedaliero di Tropea vengono programmati i posti letto nei seguenti reparti: Chirurgia generale e Ortopedia/ Traumatologia (oggi assenti), ognuno per 2 di day hospital e 8 di degenza ordinaria, Pneumologia (oggi assente) per 10 do, Emodialisi (oggi assente) per 13 do. Vengono confermati assistenza e servizi per il reparto di Oncologia da 5 a 8 posti letto in day hospital, e di Medicina Generale da 16 a 20 posti letto in day hospital 2 e degenza ordinaria 18. Si tratta di una programmazione che difficilmente potrà essere rispettata vista la difficoltà ad assumere personale, sia dal punto di vista delle coperture di bilancio che dalla riuscita dei bandi per le assunzioni, il che riconduce ai problemi generali che abbiamo richiamato precedentemente».

Ospedale di comunità

L'ingresso ai reparti dell'ospedale di Tropea
L’ospedale civile di Tropea

Il referente di “Calabria sociale” poi sottolinea: «Si è poi parlato spesso, di recente, dell’istituzione nel nosocomio di Tropea di un così detto “ospedale di comunità”. Queste soluzioni hanno recentemente acquistato popolarità come forma di investimento nella medicina territoriale ma, in realtà, questi mega ambulatori assumono oggi la funzione di giustificare la chiusura vera e propria degli ospedali, considerati dalla narrativa politica dominante un eccesso e un dispendio di risorse da limitare. E questo – afferma- non è legittimato dai numeri: sempre il rapporto Crea sfata il mito della deospedalizzazione, che sia nell’ultima riforma del Servizio Sanitario sia nella moda corrente tende a preferire l’istituzione di poliambulatori (“case della salute”) per legittimare la chiusura definitiva di molti ospedali. Secondo il report questa tendenza sembra miope, visto che già siamo il Paese in Europa, Olanda esclusa, con il minor tasso di ospedalizzazione (già oggi il nostro tasso di ospedalizzazione per acuti è del -35,3 inferiore a quello, ad esempio, della Francia e del -56,2% rispetto alla Germania); inoltre, di fatto anche l’ospedale è sempre più un erogatore di prestazioni diagnostiche e cliniche ambulatoriali (per dare una misura quantitativa del fenomeno osserviamo che il rapporto fra i ricavi derivanti dai ricoveri e quelli delle altre attività nelle aziende ospedaliere pubbliche si è ridotto da 5,6 nel 2011 a 2,9 nel 2021)».

Al fine di proteggere la sanità locale, il sodalizio ha intrapreso numerose azioni: «Negli ultimi mesi – rimarca Cortese – abbiamo fondato un coordinamento con altri comitati locali, tra cui il comitato “Costa degli Dei” di Parghelia e “Città attiva” di Vibo Valentia. Con loro abbiamo organizzato una manifestazione a novembre sotto la sede della Regione Calabria. Ma nonostante l’impegno e le sollecitazioni a livello dei canali istituzionali le risposte sono state insoddisfacenti, e dopo aver analizzato continui e dispersivi provvedimenti regionali che spesso rinviano e non focalizzano in modo puntuale gli interventi per migliorare le strutture sanitarie esistenti, collegialmente abbiamo deciso di sostenere l’avvenuta presentazione da parte del “Comitato San Bruno” del Ricorso al Tar per la Calabria – di Catanzaro – laddove la nuova realizzazione del presidio ospedaliero di Vibo Valentia con la contestuale soppressione del po di zona disagiata di Serra San Bruno nonché l’individuazione di un numero assolutamente insufficiente sia di posti letto programmati sia di mezzi di soccorso, riferiti nel nuovo piano di riordino citato alla nostra Area Centro (Catanzaro-Vibo-Crotone), si dimostrano gravemente lesivi di tutta la comunità». Tuttavia, «continuiamo a credere che per sbloccare la situazione – conclude – l’unica speranza sia l’organizzazione di una mobilitazione permanente e organizzata capillarmente sul territorio, con protagoniste quelle fasce sociali che non hanno interesse allo smantellamento della sanità pubblica e al predominio politico ed economico delle strutture private».

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