mercoledì,Giugno 16 2021

Vibo, il segretario Scuglia: «Finalmente assolto, vi racconto il mio calvario durato 10 anni»

Il dirigente fu coinvolto nell’inchiesta sulla Proserpina Spa, l’azienda che si occupava della raccolta dei rifiuti. Dopo la sentenza che ha prosciolto gli imputati da ogni accusa ha affidato ai social il suo sfogo

Vibo, il segretario Scuglia: «Finalmente assolto, vi racconto il mio calvario durato 10 anni»

«La requisitoria del Pm è stato un capolavoro di onestà intellettuale: ha smontato le stesse accuse che ci erano state mosse. Nessuna prova, nessun argomento, niente di niente». È il passaggio chiave di un lungo post che il segretario generale del Comune di Vibo Valentia, Domenico Libero Scuglia, ha pubblicato sui social per rimarcare l’esito della vicenda processuale l’ha coinvolto e che soltanto qualche giorno fa, dopo 10 anni, lo ha visto assolto insieme agli altri imputati.

«Mentre scrivo questo post ho 53 anni e tutto ha avuto inizio quando ne avevo 39 – racconta Scuglia -, giovanissimo segretario generale che viene all’unanimità chiamato dai Sindaci della provincia di Vibo Valentia a presiedere il Cda della Proserpina spa. Una società in grave difficoltà economica e per la quale mi impegno a fondo, come tutti quelli che mi conoscono possono immaginare. Riunioni di Sindaci, Tavoli in Prefettura per smuovere i problemi di cui non rimane alcuna traccia e per cui sin da subito mi sento tradito da quello Stato a cui ho prestato il solenne giuramento di osservare la Costituzione e le sue leggi nell’adempiere il mio ufficio. Ho subito rassegnato le dimissioni da quell’incarico, ma sono stato invitato da apparati dello Stato a rimanere in quel posto. Anche di questo non è rimasta alcuna traccia».

È la premessa che ricorda la vicenda, poi le parole del dirigente pubblico si fanno più amare: «Ora scrivo per descrivere una situazione surreale. Per dire che in Italia il processo non è più un semplice processo, ma è spesso una grande gogna. Per dire che la giustizia è sovente non solo approssimativa, ma persino fuori legge, quantomeno per eccesso di potere, quando è mossa da motivi diversi da quelli istituzionali ai quali dovrebbe ispirarsi. Per dire che è vero, ci sono tanti magistrati bravi, competenti ed onesti, ma anche per ricordare che ne basta uno, di magistrato, che strumentalizzi le funzioni del proprio ruolo per mettere a rischio il Sistema. Per dire come il processo giudiziario è diventato un processo mediatico. Per dire come alcuni magistrati hanno utilizzato in modo improprio e pericoloso diversi strumenti presenti all’interno del procedimento penale ed hanno cominciato a occuparsi più dei fenomeni che dei reati».

Riflessioni che Scuglia definisce come quelle «di un cittadino che ha trascorso una parte della sua vita, suo malgrado, negli uffici giudiziari, scontando una pena tanto aspra ed amara».

«Le riflessioni – insiste – di un cittadino convinto che la magistratura debba parlare più con le sentenze che con le conferenze stampa ed i giornalisti non soffermarsi solo sulle ipotesi di reati concentrate nei capi d’imputazione, minimamente sottoposte ad alcun vaglio giudiziario».

Rammaricandosi per l’eco mediatica che la vicenda inevitabilmente ha avuto, «quando poi, alla fine di tutto, dieci anni dopo l’inizio del calvario, potresti dirgliene quattro e gridare al vento la tua verità, ti accorgi che non gliene frega più niente a nessuno».

«La requisitoria del Pm – continua – è stato un capolavoro di onestà intellettuale: ha smontato le stesse accuse che ci erano state mosse. Nessuna prova, nessun argomento, niente di niente. In sostanza, l’appostamento di bilancio che ci veniva contestato andava fatto. Ci abbiamo messo, però, dieci lunghi anni per arrivare a questa conclusione. Sebbene sin dall’inizio, dalle fasi delle indagini preliminari l’avevamo dimostrato». 

Infine, spiega che ha scritto questo post «non perché sia rilevante la mia storia come individuo, ma perché penso sia emblematica». «La verità – conclude – è che la giustizia sbagliata può toccare ciascuno di Noi. Mi auguro che quello che è successo a me non debba più ripetersi».

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