Armi da Nicotera a Gerocarne, lascia il carcere il figlio del narcotrafficante Campisi

Con lui la polizia ha arrestato un altro giovane. Indagini sull’uso di un'auto blindata munita di sirena
Con lui la polizia ha arrestato un altro giovane. Indagini sull’uso di un'auto blindata munita di sirena
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Antonio Campisi

Sono stati convalidati dal gip del Tribunale di Vibo Valentia, Tiziana Macrì, gli arresti di Antonio Campisi, 28 anni e Giuseppe Muzzupappa, 35 anni, entrambi di Nicotera, arrestati mercoledì dalla Squadra Mobile di Vibo nel territorio comunale di Gerocarne per detenzione illegale di armi e munizioni. Contestualmente alla convalida, in accoglimento delle argomentazioni dell’avvocato Giovanni Vecchio, in attenuazione delle esigenze cautelari il giudice ha disposto per Campisi e Muzzopappa gli arresti domiciliari. I due giovani sono stati sorpresi mentre da un’abitazione lanciavano nel fiume una pistola con matricola abrasa calibro 7.65, con relativo munizionamento e colpo in canna. Sequestrati poi un giubbotto antiproiettile, un passamontagna e la somma contante di oltre 30.000 euro. Campisi è stato trovato anche in possesso di un documento falso.  [Continua dopo la pubblicità]

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Domenico Campisi

Particolare inquietante è che i due giovani avevano in uso un’autovettura blindata munita di sirena. Le indagini mirano a capire per quale motivo i due giovani si siano spostati da Nicotera a Gerocarne, paese dove lo scontro fra i clan Emanuele e Loielo è ancora in atto. L’auto blindata munita di sirena ed il giubbotto antiproiettile fanno pensare alla preparazione di un agguato. Ipotesi al vaglio della polizia che ha ben presente lo spessore di Antonio Campisi, condannato nel novembre 2013 per tentata estorsione ai danni del titolare di un’impresa di confezionamento di acqua minerale di Nicotera, ma soprattutto figlio di Domenico Campisi, broker internazionale della cocaina legato al clan Mancuso, ucciso sulla provinciale per Nicotera il 17 giugno 2011. Un delitto ad oggi impunito e di cui parlano diversi collaboratori di giustizia – da Arcangelo Furfaro di Gioia Tauro ed i vibonesi Raffaele Moscato ed Andrea Mantella – spiegando il ruolo che Antonio Campisi avrebbe avuto nella preparazione di un programmato agguato contro il boss Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, ad opera del clan dei Piscopisani. Secondo i collaboratori di giustizia, infatti, Antonio Campisi attribuiva l’omicidio del padre proprio al clan Mancuso.

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