Rinascita: le infiltrazioni dei clan sul Comune di Vibo

La Dda di Catanzaro ed i carabinieri sottolineano le ingerenze delle cosche sul Municipio evidenziando i rapporti con consiglieri ed assessori. Nel mirino appalti, servizi e favori
La Dda di Catanzaro ed i carabinieri sottolineano le ingerenze delle cosche sul Municipio evidenziando i rapporti con consiglieri ed assessori. Nel mirino appalti, servizi e favori
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Nicola Gratteri
Il procuratore Nicola Gratteri

“Al procuratore e ai magistrati impegnati, ai carabinieri e a tutte le forze dell’ordine, rivolgiamo il nostro sentito ringraziamento, cosi come quello di tutti i cittadini onesti che rappresentiamo come istituzione. Un’operazione, quindi che riempie di fiducia e speranza i calabresi onesti e perbene perché sentono di avere la Stato dalla loro parte”. “Al procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, ai magistrati della Dda e ai militari impegnati nell’operazione va il ringraziamento di tutti i cittadini onesti che hanno scelto di stare dalla parte dello Stato e della legalità”. Così il sindaco di Vibo Valentia, Maria Limardo, ed il senatore di Forza Italia Giuseppe Mangialavori, che del primo cittadino è il primo sponsor politico, all’indomani dell’operazione antimafia “Rinascita – Scott” dei carabinieri e della Dda di Catanzaro che a Vibo Valentia hanno decapitato il clan Lo Bianco-Barba.

A ben leggere le carte dell’inchiesta salta però subito all’occhio un passaggio importante. Per la prima volta viene infatti sottolineato e messo nero su bianco dagli inquirenti il livello di infiltrazione del clan Lo Bianco anche sul Comune di Vibo Valentia. Infiltrazioni e rapporti “scomodi” che per gli inquirenti partono dall’amministrazione guidata dall’allora sindaco, Nicola D’Agostino, attraversano l’amministrazione guidata dal sindaco Elio Costa ed arrivano sino all’attualità ed all’amministrazione dell’attuale primo cittadino Maria Limardo. [Continua dopo la pubblicità]

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La Dda non fa cenno al recente blitz della Guardia di finanza al Comune di Vibo Valentia coordinato dal pm della Dda di Catanzaro, Antonio De Bernardo, ma dalle acquisizioni emerse nel corso delle indagini condotte dai carabinieri e sfociate ora nell’operazione “Rinascita – Scott” viene scritto a chiare lettere che: “Il raggio di infiltrazione della consorteria Lo Bianco si estende anche agli enti locali, soprattutto all’interno del Comune di Vibo Valentia. Infatti alcuni componenti di spessore della Società di ‘ndrangheta di Vibo Valentia assumevano il pieno controllo dei servizi cimiteriali della città, attraverso la complicità dei dipendenti comunali deputati alla custodia dei cimiteri”.

Rosario Pugliese, alias “Cassarola”

In tale contesto spiccano le “figure dei sodali Orazio Lo Bianco e Rosario Pugliese, attivi nei servizi funerari e cimiteriali, attraverso l’impresa individuale Lo Bianco Orazio” e la società Paradiso srl, formalmente intestati esclusivamente al Lo Bianco ma di fatto compartecipati anche dal Pugliese. Ebbene, le odierne indagini – rimarca la Dda di Catanzaro – consentivano di appurare che le ditte di Lo Bianco e Pugliese si accaparravano numerose gare indette dal Comune di Vibo Valentia per la concessione dei servizi funerari inerenti le vittime degli sbarchi di migranti al porto di Vibo Marina. Con la complicità dei custodi del cimitero di Bivona e del responsabile dei servizi cimiteriali, fornivano detti servizi in maniera non conforme a quanto previsto dalla gara, ottenendo pertanto illeciti profitti.

Emergeva, inoltre, la totale assuefazione dei dipendenti comunali preposti al controllo dei servizi cimiteriali ai voleri del Lo Bianco e del Pugliese, al punto che gli stessi gestivano a loro piacimento la disposizione dei loculi in cui tumulare le salme, in completa violazione delle ordinanze comunali”.

Inoltre – scrive sempre la Dda di Catanzaro – affioravano i collegamenti tra alcuni sodali della consorteria mafiosa in trattazione e componenti dell’amministrazione comunale di Vibo Valentia”.

Il consigliere (Pd) Alfredo Lo Bianco

Parole chiare, dunque, quelle della Dda di Catanzaro che ha chiesto ed ottenuto gli arresti di Orazio Lo Bianco, 45 anni, e Rosario Pugliese, 53 anni, alias “Cassarola” e, per la prima volta nella storia giudiziaria della città di Vibo Valentia, anche la detenzione (è finito ai domiciliari) di un consigliere comunale per reati aggravati dalle finalità mafiose. Agli arresti domiciliari è finito infatti anche Alfredo Lo Bianco, 60 anni, fratello di Orazio Lo Bianco e consigliere comunale del Pd,  già consigliere (di maggioranza) nella passata consiliatura con Elio Costa sindaco, e fra i maggiori sostenitori alle ultime elezioni comunali del candidato a sindaco Stefano Luciano. Alfredo Lo Bianco è indagato per il reato di scambio elettorale politico-mafioso con il fratello Orazio in occasione delle consultazioni elettorali tenutesi il 31 maggio 2015 quando vinse a sindaco Elio Costa, sostenuto anche da Alfredo Lo Bianco.

Ma vi è di più. Fra gli indagati dell’operazione “Rinascita- Scott” vi è anche Carmela Lo Bianco, della “Melina”, indicata come sorella di Orazio e Alfredo Lo Bianco. Secondo l’accusa, Carmela Lo Bianco sarebbe stata colei che avrebbe “custodito la cassa comune del sodalizio criminale”, ovvero di una “costola” in cui è attualmente diviso il clan Lo Bianco: la ‘ndrina dei Cassarola.

Palazzo Luigi Razza, è corsa alle candidature

Nel corso delle indagini è emerso come alcuni cittadini si rivolgevano a Lo Bianco Orazio – scrive sempre la Dda – in relazione al disbrigo ed al buon esito di alcune pratiche di competenza del Comune di Vibo Valentia, poiché ritenuto espressione delle funzioni amministrative esercitate dal fratello Alfredo. Una prima risultanza è data dalla richiesta avanzata da Francolino Giuseppe, già testimone di giustizia, a Lo Bianco Orazio in ordine all’interessamento di quest’ultimo al buon esito della pratica inerente la concessione di un alloggio popolare al Francolino da parte di Orazio Lo Bianco. Era quest’ultimo nel 2017 ad attivarsi in seno agli organi preposti, in quanto – scrivono i magistrati antimafia – soggetto accreditato presso l’amministrazione comunale di Vibo Valentia, non solo avvalendosi delle capacità di assoggettamento della consorteria mafiosa, ma anche dell’incarico politico ricoperto dal fratello Lo Bianco Alfredo”. Entrambi i fratelli Lo Bianco, inoltre, sono nipoti di Francesco Fortuna, alias “Ciccio Pomodoro”, ritenuto dagli inquirenti il capo assoluto (insieme a Carmelo Lo Bianco “Piccinni”) della criminalità organizzata della città di Vibo Valentia sino al suo omicidio avvenuto a Pizzo nel 1988.

Fra gli indagati nell’operazione “Rinascita – Scott” vi sono inoltre quattro dipendenti comunali: il responsabile dei servizi cimiteriali del Comune di Vibo Valentia, Rosario Giurgola, Antonio Fuoco, custode del cimitero di Bivona, Alessandro Sicari, custode del cimitero di Vibo, e Giovanni Giamborino, quest’ultimo indicato come personaggio vicino al boss di Limbadi Luigi Mancuso, nonché cugino dell’ex consigliere comunale, provinciale e regionale Pietro Giamborino, pure lui arrestato.

Ad aggravare il quadro sul Comune di Vibo Valentia, oltre all’arresto (domiciliari) del comandante della Polizia municipale Filippo Nesci, anche altri riferimenti a consiglieri comunali in carica. Non sono indagati (è bene sottolinearlo) ma emergono per i loro contatti con due “personaggi” ritenuti dagli inquirenti di primo piano fra i clan locali. E per tale fatto, la Dda dedica loro spazio e precise considerazioni nell’inchiesta. Gli inquirenti sottolineano infatti il legame fra l’attuale consigliere comunale di maggioranza Raffaele Iorfida, capogruppo della lista “Rinasci Vibo”, e il defunto boss Carmelo Lo Bianco, detto “Sicarro”, intercettati in rapporti amichevoli e di stretta confidenza mentre si recano insieme al matrimonio di uno dei figli di Franco Barba in compagnia di Gianfranco Ferrante (anche lui arrestato), commentando poi (Carmelo Lo Bianco e Raffaele Iorfida) la presenza a tale matrimonio di altri mafiosi come il boss di Tropea Antonio La Rosa (pure lui arrestato nell’operazione “Rinascita”).

Antonio Vacatello

A partire dal mese di dicembre dell’anno 2016 fino al mese di agosto 2017 – sottolinea la Dda negli atti dell’inchiesta – sono state poi intercettate delle conversazioni telefoniche tra Antonio Vacatello e Domenico Console, assessore al Comune di Vibo Valentia con delega al Commercio, Attività produttive e Sport, dal 24.06.2015 fino al 28.07.2017. Dalle conversazioni in questione si è appreso come Antonio Vacatello mantiene i contatti con Console in merito a vari festeggiamenti, sagre, sfilate del carnevale che si sono tenuti a Vibo e a Vibo Marina. Tra l’altro nelle varie conversazioni – evidenziano gli inquirenti – i due interlocutori si sono dati appuntamento per vedersi personalmente e parlare di persona”. Antonio Vacatello è stato arrestato nell’inchiesta “Rinascita – Scott” con l’accusa di associazione mafiosa ed in particolare di essere un capo ‘ndrina a Vibo Marina in strettissimo collegamento con il locale di ‘ndrangheta di Zungri guidato dagli Accorinti. All’epoca delle conversazioni con l’allora assessore Domenico Console – oggi consigliere comunale di maggioranza e capogruppo della lista “Con Vibo per Vibo” –, Antonio Vacatello era ben noto alle cronache per vari procedimenti penali che l’hanno visto protagonista. Fra gli indagati dell’inchiesta “Rinascita” vi sono inoltre pure alcuni familiari di Vacatello.

Francesco Fortuna di Sant’Onofrio

Fra gli indagati dell’operazione “Rinascita – Scott” c’è poi Paolo Lopreiato, 37 anni, di Sant’Onofrio, detto “Bambolo”. E’ accusato del reato di associazione mafiosa (clan Bonavota). Lo stesso è il genero dell’ex presidente della Provincia di Vibo Valentia, ed attuale leader dell’Udc vibonese, Gaetano Ottavio Bruni. Lo stesso Paolo Lopreiato è quindi cognato dell’attuale assessore all’Ambiente del Comune di Vibo, Vincenzo Bruni. La responsabilità penale è personale, certo, ma occorre ricordare due dati: ai fini della valutazione delle infiltrazioni mafiose (o pericolo di esse) in un ente locale, la legge consente alle Prefetture di considerare in primis i rapporti diretti ed indiretti degli amministratori con personaggi ritenuti vicini ai clan. In secondo luogo occorre ricordare che già in passato la vicinanza di Francesca Bruni a Francesco Fortuna di Sant’Onofrio (ritenuto elemento di spicco del clan Bonavota e sicario della stessa cosca) costò a Gaetano Ottavio Bruni nel 2008 l’allontanamento dalla giunta della Regione Calabria (era sottosegretario alla presidenza della Regione) guidata da Agazio Loiero. L’allora latitante Francesco Fortuna venne infatti catturato dalla polizia in un appartamento di Vibo in compagnia di Francesca Bruni, che all’epoca intratteneva una relazione proprio con Fortuna. Lo stesso Francesco Fortuna che è stato arrestato ora pure lui nell’operazione “Rinascita – Scott”, mentre Paolo Lopreiato (marito di Francesca Bruni) si ritrova indagato per associazione mafiosa in quanto ritenuto elemento della cosca Bonavota.

Salvatore Tulosai

Da segnalare, inoltre, che fra gli arrestati dell’operazione “Rinascita – Scott” c’è pure Salvatore Tulosai, accusato del reato di associazione mafiosa (indicato quale elemento di spicco del clan Lo Bianco), la cui figlia alle ultime elezioni comunali di Vibo Valentia del maggio scorso era candidata con la lista “Città Futura” in appoggio al sindaco Maria Limardo. Nel 2015, invece, altro figlio di Salvatore Tulosai figurava quale candidato a consigliere comunale in appoggio al centrosinistra.

Un quadro a “tinte fosche”, dunque, quello che emerge sul Comune di Vibo dall’inchiesta coordinata dal procuratore Nicola Gratteri. Da sottolineare che per il 20 dicembre scorso il consigliere comunale Alfredo Lo Bianco aveva citato in “Mediazione” proprio Il Vibonese e i suoi giornalisti per la somma di 100mila euro (leggasi centomila) per le inchieste scomode con le quali sottolineavamo prima delle elezioni comunali del maggio scorso i rapporti parentali dello stesso Alfredo Lo Bianco e del fratello Orazio. La Dda di Catanzaro con il procuratore Nicola Gratteri ed i carabinieri hanno fatto prima, fornendo ai due Lo Bianco tutte le risposte che cercavano dai giornalisti, ponendoli agli arresti domiciliari. Un’inchiesta, quella della Dda, che dovrebbe quindi far riflettere – e non poco – quanti (politici e loro avvocati in primis) sono specializzati ormai da anni in querele a dir poco temerarie contro i giornalisti. Querele che sono spesso più subdole delle stesse minacce e degli insulti da parte di boss e picciotti.

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