Processo “Purgatorio”: a Vibo le deposizioni di Rattà e dell’ex questore Nicastro

Nuovo rigetto del Tribunale sulle richieste di integrazione probatoria avanzate dal pm, compresa quella di risentire tre testi e di citare in aula i giudici Lucisano e Piscitelli

Nuovo rigetto del Tribunale sulle richieste di integrazione probatoria avanzate dal pm, compresa quella di risentire tre testi e di citare in aula i giudici Lucisano e Piscitelli

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E’ ripreso oggi dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia il processo nato dall’operazione “Purgatorio”  che vede imputati gli ex vertici della Squadra Mobile, Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò, e l’avvocato Antonio Galati.

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In apertura di udienza, prima della rinnovazione del dibattimento, il pm della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, ha chiesto al Tribunale una nuova escussione in aula del colonnello del Ros, Giovanni Sozzo, del luogotenente Coluccia sui criteri identificativi dei conversanti delle intercettazioni dell’inchiesta “Black money”, oltre alla trascrizione di 361 progressivi non trascritti nel procedimento “Purgatorio” e l’acquisizione della perizia relativa al procedimento “Black money” o l’acquisizione del Cd con la perizia trascrittiva.

Il pubblico ministero ha poi chiesto l’esame del luogotenente del Ros, Andrea Leo, che avrebbe dovuto riferire su quattro informative e sui riscontri alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Andrea Mantella. Infine è stato chiesto l’esame dell’ex presidente del Tribunale di Vibo Valentia, Roberto Lucisano, e del giudice Alessandro Piscitelli, anche lui in passato in servizio a Vibo.

A tali richieste si sono opposti i difensori degli imputati ed in particolare l’avvocato Maurizio Nucci, legale di Maurizio Lento, ha fatto notare al Collegio la “singolarità della richiesta del pm che per l’identificazione dei parlatori delle intercettazioni ha richiesto l’esame in aula addirittura di un colonnello dei carabinieri come Giovanni Sozzo, dando per scontato – ha spiegato Nucci – che l’allora maggiore Sozzo abbia proceduto personalmente all’ascolto di tutte le intercettazioni trascritte”. L’avvocato Sergio Rotundo, difensore di Antonio Galati, ha dal canto suo chiesto l’inammissibilità della richiesta del pm giudicandola identica ad altre già in precedenza respinte dai giudici, invitando il pubblico ministero e il Tribunale a decidere “una volta per tutte” su ciò che deve ancora “entrare” nel processo.

La decisione del Tribunale. Dopo la camera di consiglio, i giudici hanno quindi ritenuto la richiesta del pubblico ministero “sostanzialmente ripetitiva delle precedenti richieste oggetto di rigetto con ordinanze del 7 aprile e del 9 giugno scorso”. Tali richieste, ad avviso del Tribunale collegiale presieduto dal giudice Alberto Filardo, “non trovano alcuna giustificazione nella necessità di rinnovazione dell’attività, determinata dalla diversa composizione del Collegio”. Infine, il Tribunale ha rimarcato che “i profili di ricerca della verità processuale devono essere contemperati dalla necessità di salvaguardia del principio di giusta durata del processo”.

Per tali motivi, il Collegio non ha accolto la richiesta formulata dal pm Annamaria Frustaci ed ha disposto di procedersi all’attività istruttoria già programmata.

La testimonianza di Rattà. Sul banco dei testimoni è così salito Francesco Rattà (in foto), attuale capo della Squadra Mobile di Reggio Calabria, dal 2004 al 2010 a capo della Squadra Mobile di Catanzaro, e prima ancora – dal 2001 al 2004 – vice dirigente della Questura di Catanzaro. Il teste, rispondendo alle domande del pm, ha spiegato che, a seguito della cattura nel luglio del 2008 in una villetta di Vibo dell’allora latitante Francesco Fortuna di Sant’Onofrio, è nata un’attività investigativa – portata avanti congiuntamente dalla Squadra Mobile di Catanzaro e da quella di Vibo Valentia – che si è poi conclusa con l’arresto a Genova dei latitanti Domenico Bonavota (ritenuto al vertice dell’omonimo clan di Sant’Onofrio) e Antonio Patania.

Altra attività investigativa congiunta fra le Squadre Mobili di Vibo e Catanzaro riguardava infine l’escussione del collaboratore di giustizia Enzo Taverniti di Gerocarne, alias “Il Cinghiale”.

La deposizione di Filippo Nicastro. Dopo l’escussione di Francesco Rattà, a rendere in aula la propria testimonianza è stato l’ex questore di Vibo Valentia (dal gennaio 2008 al dicembre 2010), Filippo Nicastro (in foto), attualmente in pensione, il quale ha spiegato che su richiesta dell’allora capo della Squadra Mobile di Vibo, Maurizio Lento, ha provveduto a trovare un funzionario più giovane al quale affidare l’incarico di vice dirigente della Mobile. Scelta, dopo una serie di contatti con poliziotti dello Sco e la rinuncia all’incarico da parte della dottoressa Lucia Muscari – all’epoca in servizio a Vibo alla Squadra Volanti ma in procinto di essere trasferita a Roma –, ricaduta sull’allora dirigente della Squadra Volante della Questura di Ragusa, Emanuele Rodonò, che aveva un’anzianità di servizio inferiore a Maurizio Lento.

“Non avevo rapporti nella vita privata con Emanuele Rodonò – ha riferito Nicastro in aula ­­­– anche per via della non indifferente differenza di età. Nei suoi confronti nutro una stima ed un affetto identico a quello che nutro nei confronti di tutti gli altri poliziotti che ho guidato nella mia carriera. E’ stato Maurizio Lento che ha deciso di assegnare Rodonò alla sezione narcotici. Una scelta ottimale”.

Nicastro e l’avvocato Galati. Rispondendo alle domande del pm, Anna Frustaci, il dottore Filippo Nicastro ha poi sottolineato di non aver mai conosciuto l’avvocato Antonio Galati. “Non sapevo assolutamente che Lento e Rodonò frequentassero l’avvocato Galati. A Vibo Valentia vivevo con mia moglie e frequentavo esclusivamente i miei due autisti: Wladimiro Pititto e Nesci. A dicembre del 2010 sono andato via da Vibo”. Quindi i riferimenti all’imprenditore ed ex consigliere provinciale, Aurelio Maccarone, uno dei titolari del ristorante e residence “Costa degli dei” a Capo Vaticano. “Conosco Aurelio Maccarone – ha raccontato Filippo Nicastro – perché sono stato a pranzo al Costa degli dei con mia moglie e Wladimiro Pititto. Ho frequentato una marea di ristoranti del Vibonese perché portavo mia moglie, che stava tutta la settimana in un alloggio, ogni domenica fuori a pranzo. Sono stato al Costa degli dei anche in occasione del ferragosto del 2009 e poi alla cresima del figlio di Wladimiro Pititto”.

Riguardo infine la frase in cui in un’intercettazione ambientale l’avvocato Antonio Galati dice ad Emanuele Rodonò che l’allora questore Filippo Nicastro “adorava Aurelio Maccarone”, l’ex questore di Vibo ha tenuto a precisare che il verbo “adorare” è del tutto fuori luogo nel caso di specie. “Io non adoravo nessuno – ha concluso Nicastro – e l’avvocato Galati non lo conosco neanche fisicamente”.

Prossima udienza del processo il 24 luglio per l’escussione del giudice Cristina De Luca, ora in servizio al Tribunale di Salerno e prima a Vibo Valentia, e del vicequestore Rodolfo Ruperti, già a capo della Squadra Mobile di Catanzaro e prima ancora di quella di Vibo Valentia. 

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