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Le elezioni a Pizzo e quei quattro candidati usciti per prescrizione da un processo per truffa

Un aspirante primo cittadino e tre candidati a consigliere comunale coinvolti nell’operazione dei carabinieri e della Procura di Vibo denominata “Asp-etta” sul presunto assenteismo in ospedale. Nessuno ha rinunciato alla prescrizione per puntare ad un’assoluzione nel merito. Ecco le accuse e quel che ha scritto il giudice in sentenza

Le elezioni a Pizzo e quei quattro candidati usciti per prescrizione da un processo per truffa
Il Comune di Pizzo e la dea della giustizia
Da sinistra i candidati a sindaco: De Pasquale Muzzopappa e Pititto

Quanto è compatibile la sottoscrizione di un “Codice etico” da parte dei candidati alle elezioni amministrative dinanzi a una sentenza che li ha visti imputati per reati contro la pubblica amministrazione e che si è conclusa con un non luogo a procedere per un’intervenuta prescrizione alla quale gli stessi ex imputati (odierni candidati) non hanno inteso rinunciare per puntare ad un’assoluzione nel merito? E, al di là dei “Codici etici”, un procedimento penale concluso con l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione può e deve avere una valenza politica nei confronti di chi aspira a gestire la cosa pubblica ed è stato imputato per reati contro l’Azienda sanitaria provinciale? Comunque la si pensi, anche tale tema è aperto a Pizzo Calabro in vista delle elezioni comunali del 12 giugno prossimo. Quattro candidati, infatti, sono rimasti coinvolti nell’operazione denominata “Asp-etta”, scattata il 24 aprile 2014 ed il cui processo si è concluso con sentenza di prescrizione emessa il 21 ottobre 2020 dal Tribunale di Vibo Valentia presieduto dal giudice Chiara Sapia. [Continua in basso]

Cronologia degli “eventi” 

E’ il 24 aprile 2014 quando dirigenti sanitari, medici, infermieri ed assistenti sociali dell’ospedale di Pizzo vengono raggiunti da una misura interdittiva di sospensione per due mesi dall’esercizio del pubblico ufficio firmata dall’allora gip del Tribunale di Vibo Valentia, Lucia Monaco, in accoglimento di una richiesta del pm Vittorio Gallucci.

Il 25 aprile 2014, quindi, l’allora direttore generale dell’Asp di Vibo Valentia, Florindo Antoniozzi, con apposita delibera disponeva il taglio del 50% della retribuzione nei confronti di 17 indagati. Il dg dell’Asp, prendendo atto della misura del gip, sospendeva poi dal servizio, con decorrenza immediata e per la durata di due mesi, i 17 dipendenti dell’Azienda sanitaria provinciale indagati per il reato di truffa. Il provvedimento del direttore generale Antoniozzi veniva infine notificato ai diretti interessati ed ai direttori delle unità operative interessate.

L’accusa di truffa

Il centro di formazione aziendale dell'Asp a Pizzo
L’ospedale di Pizzo

Secondo le indagini dei carabinieri, i cartellini marca-tempo degli indagati, in servizio all’ospedale di Pizzo, sarebbero stati timbrati in alcuni casi da una sola persona per colleghi assenti dal posto di lavoro. Diversi indagati si sarebbero inoltre allontanati dal luogo di lavoro per finalità estranee alle attività d’ufficio. Il 9 settembre 2012, infine, un soggetto noto alle forze dell’ordine, dopo essersi introdotto di notte nell’ospedale di Pizzo, aveva sradicato dal muro anche la macchinetta “marca-tempo”. Ingente, secondo gli investigatori, il danno economico provocato all’Asp di Vibo in virtù delle ore di lavoro retribuite ma mai prestate dai presunti assenteisti. L’inchiesta, partita nell’ottobre del 2012, si avvaleva di intercettazioni video attraverso le quali sarebbero state filmate e documentate le assenze dei sanitari dall’ospedale di Pizzo. [Continua in basso]

Giudizio immediato e malagiustizia al Tribunale di Vibo

Il Tribunale di Vibo Valentia

Ciò che è accaduto in Tribunale con tale processo (ma anche con molti altri) è la plastica dimostrazione di quanto male funzioni la giustizia a Vibo Valentia e come anni di indagini da parte dei carabinieri possano tranquillamente finire nel cestino nell’indifferenza generale (della politica e dei “paladini” della giustizia in primis).  

Il 19 maggio 2014 era stato il gup Fabio Regolo ad accogliere la richiesta di giudizio immediato avanzata dal pm Vittorio Gallucci, fissando l’inizio del processo dinanzi al Tribunale monocratico di Vibo Valentia per il 2 febbraio 2015. Nulla da fare, però, in tale data per l’apertura del dibattimento a causa dell’incompatibilità del giudice deputato alla sua trattazione. All’udienza del 21 gennaio 2016 il processo veniva rinviato per omessa notifica del decreto del giudizio immediato all’imputata De Fina; all’udienza del 6 ottobre 2016 veniva concesso un termine al pm per replicare alle eccezioni delle difese; all’udienza del 23 febbraio 2017 udienza rinviata per determinazioni del presidente del Tribunale sulla redistribuzione fra i magistrati di alcuni processi;

all’udienza del 23 marzo 2017 aperto finalmente il dibattimento; all’udienza del 12 giugno 2017 processo rinviato per l’adesione dei difensori allo sciopero indetto dalla categoria; il 19 marzo 2018 processo di nuovo rinviato per l’incompetenza del Got a trattarlo; nelle udienze del 23 luglio 2018 e del 28 gennaio 2019 venivano ascoltati in aula cinque testi citati dal pubblico ministero; all’udienza del 25 marzo 2019 – fissata per l’assunzione della prova delle videoriprese – il processo veniva rinviato per la mancata attivazione da parte della cancelleria della strumentazione necessaria alla visione delle immagini; all’udienza del 6 maggio 2019 processo rinviato per l’omessa indicazione da parte del Pm del minutaggio rilevante dei filmati contenuti in dieci hard disk e per l’impossibilità di leggere i supporti in assenza del software; all’udienza del 2 ottobre 2019 le difese degli imputati si opponevano all’acquisizione dei video; il 9 ottobre 2019 il Tribunale nominava un perito informatico per l’apertura dei supporti contenenti le videoregistrazioni; all’udienza del 18 dicembre 2019 il processo veniva rinviato per assenza giustificata del giudice; all’udienza del 19 febbraio 2020 processo rinviato per legittimo impedimento di un difensore; nelle udienze del 25 marzo 2020 e del 24 giugno 2020 il processo veniva rinviato per l’emergenza dovuta al Covid.

Dulcis in fundo: all’udienza del 21 ottobre 2020, rilevata l’estinzione dei reati per prescrizione, le parti concludevano per la dichiarazione di prescrizione avvenuta in aula nella stessa udienza da parte del Tribunale.

Le motivazioni e la mancata evidenza dell’innocenza degli imputati

Le motivazioni della decisione sono state depositate dal Tribunale di Vibo il 10 novembre 2020 ed il giudice Chiara Sapia è molto chiara sul fatto che la prescrizione non equivale all’assoluzione e che anzi si prescrive solamente quando non si può assolvere (almeno per evidenza dell’innocenza dell’imputato). Scrive infatti il giudice: «Il tempo trascorso dalla commissione dei fatti rispettivamente ascritti agli imputati impone una declatoria di estinzione del reato per intervenuta prescrizione.
Tutti i fatti contestati – si legge in sentenza – sono puniti con una pena non superiore nel massimo a sei anni di reclusione e, pertanto, computate le sospensioni dei termini di prescrizione risulta interamente decorso il termine massimo di sette anni e sei mesi previsto dal codice penale.
Non emergono, del resto, dagli atti del giudizio i presupposti – rimarca il giudice – per promuovere ex art. 129 comma 2 del codice di procedura penale, l’assoluzione degli imputati nel merito».

Nessuno degli imputati ha inteso rinunciare alla prescrizione dei reati rispettivamente ascritti per puntare ad un’assoluzione nel merito (con il rischio però di beccarsi una condanna). Prescrizione, appunto, che a Vibo Valentia – come visto – si ottiene senza troppa fatica già nel primo grado di giudizio e senza neanche bisogno di ricorrere in appello, atteso che la “macchina” della giustizia continua a non funzionare. [Continua in basso]

I beneficiari della prescrizione candidati a Pizzo

La recente sentenza ritorna di attualità poiché fra i beneficiari della prescrizione vi sono anche quattro attuali candidati alle elezioni comunali di Pizzo. Eccoli: Emilio De Pasquale, 64 anni, candidato alla carica di sindaco con la lista “Domani è oggi”; Alfonso Belvedere, 64 anni, candidato a consigliere con la lista “Domani è oggi” (con De Pasquale sindaco); Maria Teresa De Fina, 62 anni, candidata a consigliere comunale con la lista “Adesso Pizzo” (con Sergio Pititto sindaco); Carmela Gaglioti, 63 anni, candidata a consigliere comunale con la lista “Città libera” (con Francesco Damiano Muzzopappa candidato a sindaco).

Le accuse nei confronti dei candidati finite in prescrizione

Stando al capo di imputazione formulato dalla Procura di Vibo, Emilio De Pasquale era chiamato a rispondere del reato di truffa perchè «con più azioni e omissioni esecutive del medesimo disegno criminoso, con artifici e raggiri consistiti nell’allontanarsi reiteratamente dal posto di lavoro per finalità estranee all’ufficio o al servizio per un lasso di tempo pari a 143 ore, 0 minuti e 45 secondi – celando tale condotta astenendosi scientemente dal timbrare il cartellino marcatempo in uscita e conseguentemente anche al rientro per un totale di ben centoquarantaquattro volte – traeva in inganno – secondo l’accusa – l’Asp di Vibo circa l’effettivo svolgimento delle mansioni a cui era adibito, inducendo la predetta amministrazione a corrispondergli circa 3.700,00 euro non dovuti». L’arco temporale delle contestazioni – finite in prescrizione – andava dall’1 giugno al 3 ottobre 2012.

Stessa contestazione – truffa – veniva mossa pure ad Alfonso Belvedere che si sarebbe, secondo l’accusa, «reiteratamente allontanato dal posto di lavoro per finalità estranee all’ufficio o al servizio per un lasso di tempo totale pari a 34 ore, 38 minuti e 11 secondi – celando tale condotta astenendosi scientemente dal timbrare il cartellino marcatempo – per un totale di 50 volte, traendo così in inganno l’Asp di Vibo che gli corrispondeva circa 360,00 euro non dovuti fra l’1 giugno e il 3 ottobre 2012».

Per Maria Teresa De Fina, invece, l’accusa di truffa faceva riferimento al presunto «allontanamento reiterato dal posto di lavoro per finalità estranee all’ufficio o al servizio per un lasso di tempo totale pari a 147 ore, 14 minuti e 39 secondi – celando tale condotta astenendosi scientemente dal timbrare il cartellino marcatempo – per un totale di 55 volte, traendo così in inganno l’Asp di Vibo circa l’effettivo svolgimento delle mansioni a cui era adibita, inducendo la predetta amministrazione a corrisponderle circa 3.420,00 euro non dovuti» fra l’1 giugno e il 3 ottobre 2012.

Infine, per Carmela Gaglioti i capi di imputazione formulati dalla Procura di Vibo – sulla scorta delle indagini dei carabinieri – erano cinque. Per quanto attiene alla prima contestazione di truffa, le veniva imputato di essersi «allontanata reiteratamente dal posto di lavoro per finalità estranee all’ufficio o al servizio per un lasso di tempo totale pari a 90 ore, 46 minuti e 17 secondi – celando tale condotta astenendosi scientemente dal timbrare il cartellino marcatempo – per un totale di 54 volte, così traendo in inganno l’Asp di Vibo circa l’effettivo svolgimento delle mansioni a cui era adibita, inducendo la predetta amministrazione a corrisponderle circa 880,00 euro non dovuti» fra l’1 giugno e il 3 ottobre 2012.
Altra contestazione per il reato di truffa faceva invece riferimento all’essersi la Gaglioti recata – secondo l’accusa – per 11 volte sul posto di lavoro in ritardo rispetto all’orario previsto, mentre in ulteriori 13 circostanze (sempre secondo l’accusa poi finita in prescrizione) si sarebbe allontanata dal lavoro «lasciando il badge alle complici», traendo in inganno l’Asp di Vibo «circa l’effettivo completo svolgimento dell’opera professionale per un lasso di tempo pari a 38 ore, 24 minuti e 55 secondi, inducendo l’Asp a corrisponderle circa 370,00 euro non dovuti» dal 5 giugno al 5 settembre 2012.
Altre tre capi di imputazione per il reato di truffa mosse alla Gaglioti facevano invece riferimento al presunto utilizzo indebito del badge timbrando lo stesso (unitamente ad altri indagati) in favore di tre diverse colleghe in un arco temporale che va dall’1 giugno al 5 settembre 2012.

Tutte le contestazioni sono cadute in prescrizione e chi ne ha beneficiato non rinunciando alla prescrizione (come era suo diritto) chiede oggi il voto agli elettori di Pizzo per guidare la “macchina” comunale che – si spera – funzioni un po’ meglio della giustizia (lumaca) del Tribunale di Vibo.

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