Regionali, Mirabello: «Censore ha sete di potere, a Roma non conta nulla»

L’INTERVISTA | Strappo definitivo del consigliere regionale con l’ex deputato: «Politicamente incomprensibile una sua candidatura, vuole spazzare via chi si pone come ostacolo». E lo attacca su tutti i fronti: da Oliverio al nazionale, dal partito vibonese al mancato rinnovamento
L’INTERVISTA | Strappo definitivo del consigliere regionale con l’ex deputato: «Politicamente incomprensibile una sua candidatura, vuole spazzare via chi si pone come ostacolo». E lo attacca su tutti i fronti: da Oliverio al nazionale, dal partito vibonese al mancato rinnovamento
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Non è ancora Natale, ma nel Partito democratico va già in onda “Una poltrona per due”. Le elezioni regionali non ancora fissate si prospettano come un campo di battaglia in cui nessuno ha intenzione di indietreggiare di un millimetro. A contendersi la poltrona, che altro non è che un posto utile in lista, sono coloro che, fino ad un anno fa e mezzo fa, andavano d’amore e d’accordo, accomunati da una carriera politica iniziata quando ancora il Pd neanche esisteva. Michele Mirabello, che a Palazzo Campanella sta completando i suoi cinque anni di legislatura, ritiene la sua candidatura «un fatto naturale», la logica prosecuzione di un percorso «in cui sono state realizzate tante cose», ed è quindi «giusto sottoporre tutto al vaglio dei cittadini». Bruno Censore, che a Palazzo Campanella ci è stato due volte per poi fare il grande salto in Parlamento, ora intende tornare alla carica. Il problema è il classico: due galli in un pollaio non possono starci.

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Oggi il consigliere regionale non intende girare attorno alle parole, affronta a viso aperto il suo principale competitor e spiega tutto con una metafora: «Per una personalissima ambizione, per brama di potere, Censore procede con l’inversione a U: dopo essere andato all’Università vuole tornare alla scuola media».

Mirabello, perché boccia totalmente l’eventuale candidatura dell’ex deputato? Le si potrebbe contestare che ha “timore” che le eroda i voti…

«E invece no. Io ho timore che tutto il lavoro svolto, mio e del resto del partito, venga sacrificato sull’altare delle sue ambizioni, del desiderio di mantenere una postazione di potere in barba a qualunque ragionamento politico».

Cosa non le torna della posizione di Censore?

«Beh, alcune sue considerazioni sono abbastanza risibili. Fino alla vigilia del 4 marzo 2018, ad esempio, il presidente Mario Oliverio era candidato a ricevere la cittadinanza onoraria di Serra San Bruno. Lo stesso Oliverio, all’indomani della batosta elettorale per il nostro partito, invece, non andava più bene. Forse perché non lo ha nominato assessore regionale? Ecco perché la sua posizione è debolissima: non è fondata su alcun ragionamento politico. Ed il bello è che, su Oliverio, predica rinnovamento, ma guarda caso il discorso per lui non vale. A Roma innovatori, a Vibo conservatori».

Eppure c’è chi sostiene che sia il partito nazionale a chiedergli una candidatura.

«Ecco, questa è un’altra cosa, diciamo così, singolare. Perché parliamo dello stesso partito che alle ultime politiche non lo ha preferito, consentendo addirittura che lo scavalcasse Viscomi. Se un ex deputato, quando va a Roma, ha bisogno che gli fissi gli appuntamenti il collega Guccione, direi che non gode di questa considerazione, e che nei cinque anni precedenti evidentemente non ha contato molto…».

E lei, invece, perché ritiene di doversi ricandidare?

«Ho 46 anni, sto concludendo la mia prima legislatura in cui ho portato avanti battaglie e leggi per il territorio, ho lavorato sempre per il partito, la cosa più logica è che sottoponga tutto al giudizio degli elettori, per suggellare un percorso lineare, trasparente. La mia è una posizione politica netta, quella della mia “contro-parte” direi proprio di no. Quando non è stato rieletto alla Camera, l’ex deputato ha perso lucidità e dopo un travaglio personale ha deciso di spazzare via ogni ostacolo. Per citare Hemingway: per chi suona la campana? Oggi si chiama Mirabello, domani…».

A chi toccherà?

«Secondo me a tanti, a chiunque si frapponga al raggiungimento dei suoi obiettivi. Penso, ad esempio, al mio amico sindaco di Serra San Bruno, Luigi Tassone. Finché è funzionale andrà bene, poi verrà sacrificato anche lui».

Ma le si potrebbe rinfacciare che Censore – prima degli interessi su questa candidatura – le andava bene…

«Io ribalto la prospettiva, e dico: finché gli interessi non confliggevano Mirabello andava bene, finché si è trattato di lavorare per il partito, e della mia azione ne hanno giovato in molti, Mirabello andava bene. Ora invece no. Io dico che il rapporto deve essere paritario: io ho ricevuto tanto, ma non ho mai lesinato sforzi. Ricordo solo una cosa, ormai datata ma utile a comprendere il ragionamento: quando ci furono le primarie a Vibo, io ero segretario di federazione e Censore vinse su De Nisi per 200 voti. In quel caso io ebbi un ruolo fondamentale. Oggi, invece, c’è chi vuole semplicemente passare all’incasso…».

Però, se oggi c’è questa situazione, se il Pd a Vibo Valentia è ridotto in questo stato, non ritiene di avere anche lei una fetta di responsabilità essendo stato, oltre che consigliere regionale, per lungo tempo anche segretario provinciale?

«Sarei arrogante se dicessi che non abbiamo sbagliato nulla. Posso solo dire che l’importanza del mio lavoro risiedeva nel tenere unita un’area, mentre si vivevano difficoltà anche a livello nazionale. Finché lo spirito unitario ha retto, il Pd ha avuto rappresentanza in consiglio regionale, in parlamento e in ogni istituzione. Infatti ora, tra i militanti, c’è un senso di smarrimento. Perché c’è chi mette a repentaglio tutto questo per sete di potere».

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