domenica,Luglio 25 2021

Casa circondariale Vibo, dietro le sbarre il silenzioso impegno della Caritas

Dai colloqui ai progetti, dalla cura dei rapporti con le famiglie a quelli con gli avvocati. Tante le attività riferite dal vicepresidente Antonio Morelli che avverte: «All’interno di una prigione non c’è solo l’eternità della penitenza, ma il bisogno di aiuto, la necessità di un recupero che riconduca alla propria dignità di uomini»

Casa circondariale Vibo, dietro le sbarre il silenzioso impegno della Caritas
Antonio Morelli, vicepresidente Caritas

«Come cristiani non possiamo dimenticare, fare finta di nulla. Voltarci dall’altra parte. Essere indifferenti e pensare che tutto vada bene». Le parole sono di Antonio Morelli, vicepresidente della Caritas diocesana di Vibo Valentia. Si parla di carcere, di detenuti, di sofferenza, di fine pena mai, di sovraffollamento. Di un luogo dove molti carcerati fanno i conti con i propri errori, a volte gravissimi, da apparire senza alcuna possibile redenzione. E per questo da isolare, ridurli al silenzio perché rappresentano la «parte marcia della società». Quel «rifiuto» che si getta via. E allora proprio qui dentro – viene spiegato al cronista – la Chiesa può giocarsi la carta più importante: testimoniare i suoi valori, come l’attaccamento alla legalità, alla giustizia sociale, il valore evangelico del perdono.[Continua in basso]

L’ingresso del carcere di Vibo Valentia

«Il carcere oggi è una realtà che “fotografa” la società esterna – sottolinea Morelli – È il contenitore di tutti i drammi che si vivono quotidianamente e che non si riescono a risolvere: disoccupati, malati dimenticati, tossicodipendenti, stranieri ne costituiscono il maggior numero. Spesso poi le carceri ospitano più detenuti del dovuto e allora il sovraffollamento costituisce la peggiore delle conseguenze. Ma dobbiamo ricordare, però, che ogni istituto penitenziario sorge su un territorio e all’interno di una comunità. Pertanto, proprio per questo motivo, la sua presenza non può essere ignorata dalla società civile. Il carcere non può, allora, essere considerato un luogo a sé stante, isolato dal contesto sociale, ma è parte integrante». Il vicepresidente della Caritas ha dedicato buona parte della sua vita a sostegno della popolazione carceraria: un servizio che svolge ancora oggi all’interno del nuovo complesso penitenziario di località Castelluccio, diretto da Angela Marcello.

Animata dalla Caritas svolge la sua attività nel carcere di Vibo Valentia l’associazione di volontariato carcerario “Insieme”, di cui è responsabile proprio lo stesso Morelli. La Caritas sostiene, essendone il punto di riferimento, tutte le iniziative. [Continua in basso]

Il direttore Angela Marcello

«Non dovremmo mai dimenticare – rimarca il numero due della Caritas – che la persona è il massimo valore e la sua dignità non può essere mai calpestata. È necessario considerare che all’interno di una prigione non c’è solo l’eternità della penitenza, ma il bisogno di aiuto, la necessità di un recupero che riconduca alla propria dignità di uomini. Nell’uomo detenuto per un reato c’è una persona da rispettare, da salvare, da ristabilire, da rieducare. Intento della Caritas e, quindi, dell’associazione di volontariato carcerario “Insieme”, è quello di gettare un ponte tra le due città, perché anche quella realtà è costituita da cittadini, da fratelli. Anche quella è una realtà di cui è necessario farsi carico. Il nostro lavoro prevalente – aggiunge sempre Morelli – si esplica, a nome della collettività ecclesiale, tra questi detenuti e abbiamo toccato con mano quanto abbiano bisogno di non sentirsi dimenticati».

Nelle attività che vengono svolte all’interno della struttura carceraria,  dalla catechesi ai colloqui, dai progetti alla cura dei rapporti con le famiglie e con gli avvocati, dalle diverse forme di intrattenimento ai corsi di formazione e altro ancora, la partecipazione dei detenuti è sempre spontanea e – puntualizza il vicepresidente – «ci consente di percepire l’impellente bisogno di non sentirsi esclusi, emarginati o etichettati. Tocchiamo con mano l’utilità di un’azione di recupero dell’uomo che, oltre a un passato con il quale deve sempre confrontarsi, ha anche un presente e deve poter avere un futuro. In questo solco tentiamo di inserirci. Molti sono pure i bisogni materiali, è operativo all’interno della Casa circondariale uno sportello per la fornitura di indumenti. In tanti hanno bisogno, specie chi è più povero e senza aiuto: come extracomunitari e persone abbandonate». È, inoltre, operativa la Casa di Accoglienza Emmanuel che ospita i detenuti in permesso premio e le rispettive famiglie che trovano difficoltà a fare colloqui con i parenti detenuti. [Continua in basso]

«Il carcere, proprio perché è inserito in un territorio – ribadisce ancora l’interessato – deve essere una struttura che con questo interagisce, in modo da favorire il reinserimento nella società e non da provocare una ulteriore emarginazione. Il carcere deve essere considerato una struttura sociale come le scuole o l’ospedale. Allora se il carcere è un problema sociale, tutti, dal semplice cittadino all’ente locale, alla Chiesa e via via a salire, dovremmo farcene carico. Quindi, non è il carcere che deve incontrare la comunità sociale, ma è la comunità che lo deve sentire come qualcosa che le appartiene e di cui occuparsi», dice ancora Morelli, il quale ribadisce con forza che proprio da qui deve nascere «la necessità della vicinanza della società e del sostegno morale che tentino di porre in essere un processo interiore che faccia vivere criticamente il proprio passato e faccia intravedere alla persona che quella strada non andava bene e che può intraprenderne un’altra».

Per il vicepresidente della Caritas, quindi, «il carcere non deve essere solo il luogo dove si sconta una pena», ma deve offrire occasioni «per la rivisitazione del proprio vissuto e opportunità di ricostruirsi una vita, perché al termine della pena queste persone rientrano nella società e il loro rientro – conclude Morelli – non deve essere segnato da un’ulteriore e aggiuntiva emarginazione che diventa impedimento insormontabile al loro reinserimento sociale».

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