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Il volume, presentato ieri in anteprima al Festival leggere & scrivere, è stato scritto insieme a Mimmo Gangemi, Raffaele Nigro e Maurizio de Giovanni

Cultura

Genocidio. È una parola enorme quella che Pino Aprile, giornalista e scrittore noto per il suo intransigente meridionalismo, usa per descrivere ciò che è stato perpetrato nei confronti del Mezzogiorno 150 anni fa dall'esercito piemontese in occasione dell'Unità d'Italia. Una parola che ha echeggiato ieri sera a Palazzo Gagliardi, nel corso della presentazione in anteprima del libro Attenti al Sud (Edizioni Piemme), scritto con altri tre autori meridionali: Mimmo Gangemi, Raffaele Nigro e Maurizio de Giovanni. L'incontro, organizzato nell'ambito del Festival leggere & scrivere, inaugurato ieri dal presidente del Senato Pietro Grasso e in programma sino a sabato prossimo, ha consentito ad Aprile di ribadire alcuni concetti che lo hanno reso uno dei saggisti italiani e più amati e, allo stesso tempo, contestati. Veri e propri bestseller i suoi, come Terroni del 2010, che con circa 250mila copie vendute ha inaugurato un polemico filone revisionista che punta il dito contro le vicende risorgimentali.

A sette anni da quel debutto dirompetene, le idee dell'ex direttore di Oggi e di Gente non sono cambiate di una virgola, anzi si sono ulteriormente galvanizzate nella crescente schiera di coloro che condividono con Aprile la convinzione che il Sud sia stato nei fatti colonizzato, pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, cultura e risorse economiche depredate.

«Secondo la definizione dell'Onu - ha ribadito ieri l'autore - per genocidio si intendono gli atti commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Ed è quello che è avvenuto nei confronti del Mezzogiorno». Stupri di massa, campi di concentramento, fucilazioni sistematiche, fosse comuni. Per Aprile il 1861 non è solo la data che segna la nascita del regno d'Italia unitario, ma è soprattutto l'anno che ufficializza una colonizzazione spietata.

 «L'obiettivo non era solo conquistare i territori e sottrarli al Regno delle Due Sicilie - ha precisato lo scrittore -, ma distruggere l'identità stessa dei meridionali, annichilire le tradizioni e la cultura. Da allora è stata perpetrata una bugia epocale, perché sono sempre i vincitori a scrivere la storia. Ci è stato detto che eravamo poveri, che eravamo ignoranti. Eppure al Sud c'erano università, industrie, ricchezza e un fermento culturale che altrove non esisteva. Ci hanno insegnato a essere vinti. Abbiamo abbassato il capo per generazioni, perché lo avevano abbassato i nostri bisnonni, i nostri nonni e i nostri genitori. Ma i nostri figli possono tornare ad alzare lo sguardo se saremo noi a farlo».

L'esortazione affidata anche alle pagine di Attenti al Sud, dunque, è quella di credere nelle proprie potenzialità, di riscoprire fino in fondo un'identità meridionale che non deve più scontare complessi di inferiorità. Per Pino Aprile il paradigma di questo riscatto possibile è Matera, designata capitale europea della cultura per il 2019 e simbolo di una rinascita che prima sembrava impossibile. 

«Negli anni '50 i Sassi di Matera vennero definititi la vergogna d'Italia che andava cancellata deportando nei palazzoni di edilizia pubblica chi ci abitava - ha sottolineato lo scrittore -. Ma i vecchi rifiutarono la casa nuova, popolare e moderna, e vollero rimanere nei Sassi, perché sapevano che altrove non sarebbero stati più se stessi. Ci volle Pasolini per far scoprire al Paese la bellezza di Matera, così come c'è voluto l'etnologo Ernesto de Martino per riscoprire la pizzica».

L'unica regione che si è scoperta da sola, senza grande aiuto da parte degli intellettuali, secondo Aprile, è la Calabria. «In questa regione gli iscritti ad Antropologia, in pochi anni, si sono moltiplicati per dieci - ha concluso lo scrittore -. Ma dopo la laurea tornano a casa propria e recuperano la sapienza del loro paese. Una nuova tribù di giovani che ricomincia e crea, a partire da quello che avevamo abbandonato come "perdente" e in cui ora trovano la ragione della loro vittoria. È ciò che il grande antropologo Vito Teti definisce "restanza"».

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