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I fratelli Giuseppe e Giovannino Mancini avrebbero simulato i presupposti per la Cassa Integrazione dei lavoratori, alcuni impiegati in nero, e non fatturato introiti significativi

Cronaca

Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Questo il reato per il quale la seconda sezione penale della Cassazione ha ritenuto responsabili in via definitiva i fratelli Giuseppe e Giovannino Mancini, di Vibo Valentia, rispettivamente di 45 e 42 anni, ex membri del Consiglio di amministrazione del 501 Hotel. Un anno e quattro mesi la condanna divenuta definitiva, così come deciso il 5 dicembre dello scorso anno dalla Corte d’Appello di Catanzaro che aveva concesso le attenuanti generiche ai due imputati, negate in primo grado dal gip del Tribunale di Vibo che, al termine del giudizio celebrato con rito abbreviato (che è valso per gli imputati uno sconto di pena pari ad un terzo), li aveva condannati a 2 anni ciascuno. Secondo l'accusa, i fratelli Mancini (all’epoca amministratori “di fatto” del 501 Hotel) avrebbero fatturato solo parzialmente i ricavi di eventi e matrimoni in modo da integrare i presupposti per la Cassa integrazione di alcuni lavoratori del “501 Hotel” impiegati invece nelle ore di non occupazione coperte dalla C.i.g. Altra contestazione era poi quella di aver utilizzato altri lavoratori in nero, in aggiunta a quelli già interessati dalla Cassa integrazione. In tal modo, nel 2010 sarebbe stato truffato l'Inps,  ente erogatore delle prestazioni assistenziali. Le indagini erano state condotte dai carabinieri della Stazione di Vibo guidati all’epoca dal comandante Nazzareno Lopreiato, con il coordinamento del pm Michele Sirgiovanni. La Cassazione nel respingere i ricorsi di Giuseppe e Giovannino Mancini ha sottolineato come i due imputati con “artifizi e raggiri” abbiano “simulato i presupposti giustificativi della Cassa integrazione in deroga” avvalendosi dei lavoratori ammessi alla C.i.g. utilizzando le loro prestazioni, così inducendo in errore l’Inps e procurando alla società “501 Hotel” l’ingiusto profitto di somme per 250mila euro”. Secondo la Suprema Corte, i giudici d’Appello di Catanzaro hanno ben argomentato circa il “coinvolgimento di Giuseppe e Giovannino Mancini” che ha trovato “significative conferme non soltanto nel tenore di numerose intercettazioni, ma anche nelle dichiarazioni testimoniali di diversi soggetti escussi”. Quanto poi all’esistenza di “artifizi e raggiri, la Corte è pervenuta, previa adeguata valutazione del compendio raccolto, ad affermare che è stata dimostrata l'esistenza di una contabilità parallela relativa ad operazioni extra rispetto a quelle ufficiali, idonea ad alterare il bilancio societario del 2010 e a rappresentare una situazione di fatto oggettivamente differente dalla realtà, caratterizzata - scrivono i giudici - da un significativo giro di affari, all'evidente scopo di indurre in errore l'ente erogatore. E' evidente che la falsa contabilità parallela - sottolinea ancora la Cassazione - accertata nei primi mesi dell'anno 2010, dimostra che non vi erano i presupposti per l'ammissione alla Cassa integrazione, poiché sussistevano introiti significativi non fatturati e altrettante prestazioni in nero, a riprova di un cospicuo volume di affari che richiedeva prestazioni aggiuntive e certamente escludeva la legittimità del ricorso alla Cassa integrazione”. Da qui l’inammissibilità dei due ricorsi dei fratelli Mancini (difesi dagli avvocati Tallotta e Sturdà) poiché ritenuti infondati. L’Inps si era costituito parte civile nel processo.  LEGGI ANCHE: Nuova proprietà per il 501 Hotel di Vibo, si lavora alla riapertura dello storico albergo (VIDEO)

 

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