“Rinascita-Scott”: restano in carcere Ferrante ed Accorinti

Misura cautelare confermata per due fra i principali protagonisti dell’inchiesta. Domiciliari per un carabiniere, interdizione per il comandante dei vigili di Pizzo
Misura cautelare confermata per due fra i principali protagonisti dell’inchiesta. Domiciliari per un carabiniere, interdizione per il comandante dei vigili di Pizzo
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Nuove decisioni da parte del Tribunale del Riesame di Catanzaro e del gip distrettuale nell’ambito dell’inchiesta antimafia denominata “Rinascita-Scott”. Lascia gli arresti domiciliari per l’obbligo di dimora in Piemonte, dove risiede, Antonio Iannello, 40 anni, di Vibo Valentia, difeso dall’avvocato Salvatore Sorbilli. A sostituire la misura cautelare è stato il gip distrettuale. Iannello, in concorso con  Antonio ProfetaSergio Gentile, 41 anni, Emilio Gentile, 50 anni, Antonio Iannello, 40 anni, e Domenico Lo Bianco, 42 anni, detto “Mimmu u Zazzu”, si sarebbero ripetutamente recati sotto l’abitazione di Domenico Paglianiti ponendo in essere alternativamente condotte di natura minatoria. Gli indagati avrebbero quindi costretto Anna Rosa Scrugli al pagamento di una somma di denaro dell’importo di 150 euro a Sergio Gentile, a fronte di un pregresso credito vantato da quest’ultimo nei confronti del figlio Domenico Paglianiti. Rispondono tutti del reato di estorsione. A permettere di ricostruire l’episodio, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Andrea Mantella e Raffaele Moscato. [Continua dopo la pubblicità]

Il gip distrettuale, in accoglimento invece di un’istanza degli avvocati Guido Contestabile e Pietro Antonio Corsaro, ha revocati gli arresti domiciliari (già concessi dal Tdl) ed ha rimesso in libertà Salvatore Valenzise, 54 anni, originario di Nicotera, residente a Castiglione Olona (Va), accusato del reato di concorso in riciclaggio aggravato dalle finalità mafiose. In particolare, il boss di San Gregorio d’Ippona Saverio Razionale – avvalendosi di Francesco Carnovale, 52 anni, di Vibo ma residente a Fiumicino, Alessandro Iannarelli, 46 anni, di Marino (entrambi costituenti una “cellula romana” direttamente da dipendente da Razionale) e Salvatore Valenzise – avrebbe cercato di recuperare crediti con modalità estorsive per 3 milioni e 200mila euro in danno dei fratelli Pio e Marco Mizzau, eredi di una famiglia di imprenditori titolari di una struttura alberghiera a San Giovanni Rotondo (in provincia di Foggia), denominata Hotel Villa Eden.

Le indagini dei carabinieri del Ros hanno portato ad accertare che il tentativo di recupero crediti sarebbe connesso ad un investimento occulto – di 3,2 milioni di euro appunto – effettuato nel 2004 dal clan Mancuso attraverso Salvatore Valenzise, Giovanni Vecchio, 62 anni, nativo di Nicotera ma residente a Milano, ed Attilio Bianco, 69 anni, di Scandiano (anche loro arrestati) i quali avrebbero fornito all’imprenditore Ennio Mizzau le risorse economiche (tre milioni e 200mila euro) per riacquistare l’Hotel Villa Eden di San Giovanni Rotondo che era stato oggetto di una procedura fallimentare. I calabresi avevano effettuato vari tentativi di recupero dell’investimento senza però riuscirci.

Alessio Patania

Il gip distrettuale di Catanzaro, Barbara Saccà, in accoglimento di un’istanza dell’avvocato Michele Farina del Foro di Roma, ha poi sostituito la misura cautelare degli arresti domiciliari con l’obbligo di firma nei confronti di Alessio Patania, 22 anni, di Vibo Valentia, indagato per estorsione aggravata dalle modalità mafiose. In particolare, Alessio Patania, Francesco Angelieri (all’epoca dei fatti minorenne), di Ionadi, Francesco Fortuna, 24 anni, di Vibo, Roberto Ionadi, 21 anni, di Vibo, Danilo Lo Grotteria, 25 anni, di San Gregorio d’Ippona, Domenico Macrì, 36 anni, di Vibo, Michele Macrì, 25 anni, di Vibo, Antonio Moscato, 22 anni, di Vibo, Giuseppe Palmisano, 22 anni, di Vibo, Loris Palmisano, 24 anni, di Vibo sono tutti accusati di estorsione ai danni di Rino Tavella, titolare del negozio di abbigliamento “Babilonia jeans” di Vibo. Gli indagati avrebbero costretto il negoziante a cedere loro capi di abbigliamento a prezzi irrisori fra il febbraio ed il marzo del 2017.

Enrico Caria

Lascia il carcere ma viene disposta l’interdizione dai pubblici uffici per un anno nei confronti di Enrico Caria, 66 anni, di Pizzo Calabro. L’accusa principale mossa nei suoi confronti dalla Dda di Catanzaro è quella di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’accusa, sin dal 2014 nella qualità di responsabile della polizia municipale del Comune di Pizzo avrebbe fornito uno stabile contributo all’associazione mafiosa operante su quel territorio – ed in particolare alla famiglia Mazzotta – ponendosi quale “riferimento per il sodalizio nella risoluzione di problematiche inerenti la propria funzione, garantendo in caso di necessità il suo appoggio all’organizzazione, attestando il falso in atti pubblici ed omettendo – secondo l’accusa – i dovuti controlli sulle attività di interesse del sodalizio”.
In particolare, il reato di falso con l’aggravante delle finalità mafiose gli viene contestato poiché con nota del Comune di Pizzo – polizia municipale del 22 giugno 2017, a seguito di richiesta da parte di personale della polizia penitenziaria del carcere di Vibo, avrebbe falsamente attestato la convivenza tra Salvatore Mazzotta ed Irene Altamura, consentendo a quest’ultima di avere acceso ai colloqui in carcere, luogo in cui il Mazzotta era detenuto.

Dal carcere passa invece agli arresti domiciliari (decisione del Tdl) Antonio Ventura, 49 anni, nativo di Altamura (Ba), ma residente a Vibo Valentia, appuntato scelto, all’epoca dei fatti in servizio al Reparto Operativo Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Vibo. Antonio Ventura è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e di tre ipotesi di rivelazione di segreti d’ufficio. Dal 2011 ad oggi, secondo l’accusa, avrebbe passato notizie riservate sulle attività investigative in atto nei confronti degli esponenti di diversi “locali” di ‘ndrangheta vibonesi (Piscopisani, clan Bonavota di Sant’Onofrio e clan Lo Bianco e gruppo Mantella di Vibo).

Gianfranco Ferrante

Resta in carcere Gianfranco Ferrante, 56 anni, di Vibo Valentia, si fra i principali indagati dell’operazione “Rinascita-Scott”. E’ accusato di omicidio aggravato dalle modalità mafiose (soppressione di Nicola Lo Bianco, figlio del boss Carmelo Lo Bianco, detto “Sicarro”), associazione mafiosa, tentata estorsione, usura, turbativa d’asta e concorso in intestazione fittizia di beni. In particolare, Gianfranco Ferrante (già coinvolto nel 2017 nell’operazione “Robin Hood”) è accusato di essere vicino al boss di Limbadi Luigi Mancuso.

Giuseppe Accorinti

Associazione mafiosa, estorsione, detenzione illegale di armi, intestazione fittizia di beni, furto, violenza privata, intralcio alla giustizia e concorso in omicidio i reati contestati invece a Giuseppe Accorinti, 61 anni, ritenuto il boss del “locale” di ‘ndrangheta di Zungri. Gli omicidi premeditati, contestati in concorso con il boss di San Gregorio d’Ippona Saverio Razionale, sono quelli di Roberto Soriano di Pizzinni di Filandari (fratello di Leone Soriano), scomparsa per “lupara bianca” e Antonio Lo Giudice di Piscopio (il cui cadavere è stato invece rinvenuto). Secondo l’accusa, Roberto Soriano era stato ritenuto da Saverio Razionale l’autore di un tentato omicidio ai suoi danni avvenuto il 25 settembre 1995 in località “Brace” di Briatico su mandato di Giuseppe Mancuso (cl. ’49), alias “’Mbrogghja”.

Roberto Soriano

Il boss di Limbadi, secondo la ricostruzione degli inquirenti, in precedenza aveva richiesto allo stesso Saverio Razionale di concorrere nel progetto di morte da lui organizzato nei confronti di Giuseppe Accorinti. Tale ultima proposta, però, non sarebbe stata accettata da Saverio Razionale ed anzi comunicata allo stesso Giuseppe Accorinti. Da qui il proposito di vendetta di Giuseppe Mancuso nei confronti di Saverio Razionale attuato utilizzando quale killer Roberto Soriano.  

Fra le contestazioni rivolte al boss Giuseppe Accorinti anche quella di minaccia aggravata dalle modalità mafiose nei confronti del sindaco di Zungri Francesco Galati. Il primo cittadino, secondo le contestazioni, sarebbe stato costretto a compiere un atto contrario ai propri doveri d’ufficio concedendo a titolo gratuito ed in assenza delle previste formalità, le prestazioni relative al servizio di mensa scolastica e di trasporto scolastico pubblico in favore di Angela Accorinti, figlia di Giuseppe Accorinti e Filippina Carà, in danno dell’amministrazione comunale di Zungri.

In particolare, Serafino Alessandria, 25 anni, di Zungri, detto “Pitta”, e Filippina Carà, 31 anni (entrambi arrestati) su ordine di Giuseppe Accorinti Giuseppe avrebbero incaricato Antonio Crudo, 51 anni, di Zungri (pure lui arrestato) di “recapitare tali illecite richieste direttamente al sindaco Galati Francesco, esplicitando la provenienza di tale “ordine”. Secondo l’accusa ed il relativo capo di imputazione (minaccia a pubblico ufficiale aggravata dalle modalità mafiose), il sindaco Francesco Galati l’1 novembre 2015 avrebbe eseguito l’ordine impartito dal boss Giuseppe Accorinti e, a seguito dell’accoglimento dell’illecita richiesta, avrebbe preso in consegna un blocchetto da 25 cedole relativo al servizio mensa per poi metterlo a disposizione della Carà, compagna di Accorinti. Il sindaco Francesco Galati è stato rieletto primo cittadino nel maggio scorso.

E’ stata poi accertata l’estorsione da parte del boss Giuseppe Accorinti nei confronti della ditta individuale denominata “Ostone Nazzareno”, impegnata nei lavori relativi all’appalto comunale di manutenzione della rete di pubblica illuminazione.

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