Purgatorio, la difesa di Lento e Rodonò in Tribunale a Vibo: “Processo nato da un clima pericoloso”

Nelle discussioni degli avvocati Maurizio Nucci e Armando Veneto le lacune dell’accusa, la lotta fra magistrati, le anomalie nei capi di imputazione e gli errori degli investigatori. Chiesta l'assoluzione degli imputati 

Nelle discussioni degli avvocati Maurizio Nucci e Armando Veneto le lacune dell’accusa, la lotta fra magistrati, le anomalie nei capi di imputazione e gli errori degli investigatori. Chiesta l'assoluzione degli imputati 

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Si sono concluse ieri le discussioni delle difese degli imputati Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò, ex vertici della Squadra Mobile di Vibo Valentia, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa nel processo “Purgatorio” in corso dinanzi al Tribunale collegiale. 

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E’ toccato all’avvocato Maurizio Nucci, difensore di Maurizio Lento, evidenziare al Collegio tutti i punti deboli di un’accusa che il suo assistito ha sempre respinto con forza anche nel corso dell’esame in aula. Un’accusa “anomala sin dal capo di imputazione – ha sottolineato Nucci – che vuole Maurizio Lento aver commesso il reato dal 2008 al 2011 quando invece non vi è alcun appiglio con il quale spiegare perché mai l’allora capo della Squadra Mobile avrebbe dovuto favorire il clan Mancuso. Così come la Dda di Catanzaro non ha mai dimostrato quale sia il momento genetico di questa accusa, non ha mai spiegato da quando sarebbe partito un apporto di Lento nei confronti del clan Mancuso e sul perché dovrebbe essere nato. E’ pacifico, invece, che Lento e l’avvocato Antonio Galati si conoscono ed iniziano a frequentarsi nel 2010, quindi non si comprende il capo di imputazione che vuole Lento colluso con il clan sin dal 2008. Ci troviamo dinanzi ad un’accusa sbagliata sin dalla scrittura del capo di imputazione”.

L’avvocato Nucci è poi passato ad evidenziare tutti gli errori compiuti nelle trascrizioni delle intercettazioni dall’allora maggiore, Giovanni Sozzo (oggi colonnello), all’epoca alla guida del Ros di Catanzaro e principale investigatore dell’inchiesta “Purgatorio”. Intercettazioni che hanno ad esempio dimostrato che Maurizio Lento non ha mai parlato di “fanta-‘ndrangheta”, parola invece pronunciata dall’avvocato Galati, così come altri errori di non poco peso nelle trascrizioni delle intercettazioni ci sarebbero state – secondo i periti di parte e del Tribunale – in occasione della ricostruzione dei commenti dell’avvocato Galati rispetto alla vicenda di Santa Buccafusca, la moglie del boss Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, suicidatasi ingerendo acido muriatico. 

L’avvocato Maurizio Nucci ha poi fortemente contestato l’affermazione fatta in aula dal colonnello Giovanni Sozzo circa l’esistenza di una “prova logica da cui ricavare che Maurizio Lento frequentasse il casolare di Pantaleone Mancuso quando invece dalle stesse intercettazioni l’avvocato Galati spiega che lo stesso funzionario di polizia non è mai andato (è mancante, la frase esatta) né a Limbadi nel casolare né da Antonio Mancuso”. 

Lo stesso Pantaleone Mancuso (cl. ’47), detto “Vetrinetta”, conferma del resto nelle intercettazioni che è stato l’avvocato Galati a presentarlo in Questura al capo della Squadra Mobile. “Presentazione avvenuta in Questura a Vibo – ha rimarcato l’avvocato Nucci – e non di certo in alcun casolare. Così come sbagliata è anche l’affermazione del colonnello Sozzo laddove ha affermato che Lento avrebbe avuto motivi di risentimento nei confronti dell’allora capo della Squadra Mobile, Rodolfo Ruperti, e dell’allora procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro Giuseppe Borrelli. Non vi è una sola intercettazione – ha evidenziato il difensore di Lento – da cui è possibile affermare ciò ed è quindi inutile che il colonnello Sozzo venga poi in aula a dire il contrario quando la sua affermazione è ancorata al nulla”. 

Le note dello Sco. Grande spazio nella discussione dell’avvocato Maurizio Nucci hanno poi avuto le  note dello Sco (Servizio centrale operativo della polizia) che secondo l’accusa sarebbero rimaste inevase da parte della Squadra Mobile di Vibo all’epoca guidata da Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò. Note dello Sco che l’avvocato Nucci, citando in aula la normativa che regola la materia, sono dei semplici documenti riservati di natura amministrativa all’interno delle Questure, spunti investigativi alla stregua delle fonti confidenziali e nulla più. Non vere notizie criminis e da qui l’impossibilità di poter ipotizzare qualunque omissione da parte della Squadra Mobile di Vibo rispetto a tali note dello Sco alle quali, in ogni caso, Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò hanno sempre risposto. Note, fra l’altro, alcune nate su notizie date in precedenza allo Sco dallo stesso Maurizio Lento, come nel caso del ritorno in libertà di Nazzareno Colace di Portosalvo, ritenuto un fedelissimo del boss Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”. 

Ricordando quindi le indagini compiute da Maurizio Lento contro i clan Lo Bianco di Vibo, Il Grande di Parghelia, La Rosa di Tropea, Pasquale Quaranta a Santa Domenica di Ricadi, tutte federate ai Mancuso, l’avvocato Maurizio Nucci si è chiesto se in molti casi non debba invece considerarsi omissiva la condotta di chi, da Catanzaro, avrebbe dovuto trasmettere a Vibo determinate notizie “e non l’ha fatto”. Da qui la richiesta di assoluzione per Maurizio Lento e l’invito al Tribunale a voler mettere la parola “fine” ad un’accusa fondata “su indagini leggere e sbagliate”.

L’intervento dell’avvocato Veneto. Per Emanuele Rodonò è infine intervenuto l’avvocato Armando Veneto. Una discussione che è stata anche una sorta di “denuncia” intorno al “clima pericoloso in cui è stato costruito tutto il processo”. Per l’avvocato Veneto nella vicenda all’esame del Tribunale ci si trova dinanzi ad una “sfida di potere di chi si è presentato trionfante in carcere dinanzi alla sua vittima”, facendo riferimento all’interrogatorio di Rodonò nel penitenziario di Santa Maria Capua a Vetere ad opera del pm Camillo Falvo e dell’allora capo della Squadra Mobile di Catanzaro Rodolfo Ruperti. “Denuncio il clima in cui è nato questo processo – ha esordito Veneto – , una clava da utilizzare contro due onesti servitori dello Stato. E come cittadino prima ancora che come avvocato mi sono sentito mortificato nel leggere in particolare due intercettazioni in cui un magistrato della Dda di Catanzaro” – chiaro il riferimento al pm Paolo Petrolo – “dà conferma all’avvocato Antonio Galati sul clima di scontro all’interno della magistratura.

Qui c’è stata una lotta intestina fra magistrati ed a pagarne le conseguenze non può di certo essere Emanuele Rodonò, ma semmai chi ha creato le condizioni affinchè la Squadra Mobile di Vibo venisse svuotata di poteri. Si è arrivati persino a contestare a Rodonò non la mancata trasmissione di notizie di reato ma di possibili reati. Non c’è nulla di cui Rodonò, che proviene da una formazione militare, dalla scuola della Nunziatella, debba vergognarsi. La vergogna dovrebbero semmai averla coloro che hanno vissuto una vita al comando. Ma loro vergogna non ne hanno. Questo è un caso di malagiustizia – ha concluso l’avvocato Veneto – e che dimostra come nel mondo spesso vince chi è più furbo. E non si capirà mai nulla di questo processo se si prescinde dal contesto in cui tutta la vicenda si è sviluppata. Attendiamo tuttavia con fiducia che questo Tribunale possa ridare speranza a Rodonò ed ai suoi familiari perché qui non c’è spazio alcuno per l’affermazione della sua penale responsabilità”.

Il 27 febbraio la replica del pubblico ministero della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci. Per Maurizio Lento l’accusa ha già concluso chiedendo la condanna a 6 anni di reclusione. Per Emanuele Rodonò la richiesta di pena è di 6 anni e 6 mesi. Il Tribunale presieduto da Alberto Filardo, con giudici a latere Graziamaria Monaco e Raffaella Sorrentino, si ritirerà in camera di consiglio per la sentenza al termine della replica del pm. 

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