‘Ndrangheta: “Rinascita”, il clan Mancuso e gli imprenditori arrestati

Diversi i “colletti bianchi” finiti nel mirino della Dda e dei carabinieri. Ecco tutte le accuse
Diversi i “colletti bianchi” finiti nel mirino della Dda e dei carabinieri. Ecco tutte le accuse
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Sono diversi gli imprenditori arrestati nell’operazione antimafia denominata “Rinascita – Scott” condotta sul campo dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Vibo Valentia e dal Ros di Catanzaro, con il coordinamento dalla Dda guidata dal procuratore Nicola Gratteri. Un lavoro enorme, iniziato dall’attuale procuratore di Vibo Valentia, Camillo Falvo (all’epoca alla Dda con competenza sul Vibonese) e concluso dai pm Annamaria Frustaci, Antonio De Bernardo e Andrea Mancuso. Un’inchiesta che getta un “fascio di luce” su molteplici fatti criminali ma soprattutto sui “colletti bianchi”, imprenditori in primis. Vediamo di approfondire.

Fra gli arrestati c’è Antonio Tomeo, 54 anni, di Nicotera Marina, amministratore della società “Tomeo Mare srl” ed amministratore della società “Tomeo Mare News srl”. E’ accusato del reato di associazione mafiosa ed in particolare di far parte del “locale” di ‘ndrangheta di Limbadi guidato dal boss Luigi Mancuso e di aver svolto il ruolo di “latore di imbasciate” collaborando nella soluzione di questioni relative a vicende economico/ commerciali che interessavano imprenditori vicini alla consorteria”.  [Continua dopo la pubblicità]

Associazione mafiosa è anche il reato contestato al dentista Agostino Redi, 57 anni, di Limbadi. Secondo l’accusa, avrebbe sfruttato la sua “veste di professionista (medico dentista), estraneo (apparentemente) ai circuiti più rinomati della criminalità organizzata, sia per aiutare Luigi Mancuso a muoversi sul territorio – accompagnandolo personalmente, quando necessario, conla propria autovettura, così da garantirgli un sostanziale anonimato, sia per veicolare imbasciate e messaggi”.

Reato di associazione mafiosa la contestazione poi per l’imprenditore Vincenzo Renda, 49 anni, di Vibo Valentia. “Quale direttore tecnico e comproprietario della società “Genco Carmela e Figli Srl”, con sede legale in Vibo Valentia – si legge nel capo di imputazione – nonché amministratore unico delle società “Calfood srl e Itc srl” con sede a Vibo, avrebbe devoluto al clan Mancuso “somme di denaro secondo prestabilite scadenza temporali, consapevole del ruolo svolto sul territorio dalla consorteria e dai suoi associati, instaurando con l’una e con gli altri un rapporto di reciproci vantaggi”: il clan avrebbe ricevuto risorse economiche a scadenze fisse, l’imprenditore avrebbe goduto di “tutela e protezione da possibili aggressioni da parte di altre consorterie”.

Gli imprenditori e fratelli Mario e Maurizio Umberto Artusa

Fra gli arrestati, anche i fratelli Mario e Maurizio Artusa, di 53 e 51 anni, di Vibo Valentia. Ai due imprenditori attivi nel settore dell’abbigliamento, proprietari dell’omonimo negozio e della società “Ottantasei srl” ubicati su corso Vittorio Emanuele III a Vibo, viene contestata l’accusa di associazione mafiosa (“locale” di ‘ndrangheta di Limbadi) e di aver “reimpiegato il denaro della cosca nell’attività societaria, offrendo abbigliamento a prezzi fortemente scontati, nonché collaborando nella gestione di attività estorsive e nella trasmissione di imbasciate, consapevoli del ruolo svolto sul territorio dalla consorteria e dai suoi associati, instaurando con l’una e con gli altri un rapporto di reciproci vantaggi”.

Arresti domiciliari, invece, per Francesco Naso, 76 anni, e Domenico Naso, 44 anni, entrambi di Limbadi ed accusati del reato di associazione mafiosa. Quali titolari e gestori delle società “Fide Sas” con sede a Caroni di Limbadi e della “C&C Srl” con sede in Limbadi, alla nonché della “Naso Costruzioni srl”, con sede a Nicotera, avrebbero rifornito gli associati di cemento e materiali edili a prezzi scontati ovvero gratuitamente”.  

Arrestato pure Salvatore Contartese, 42 anni, di Limbadi, mentre a piede libero è indagato Pantaleone Contartese, 73 anni, pure lui di Limbadi. Quali reali ed effettivi gestori della società “Drillcon s.a.s”, con sede in Limbadi attiva nel settore delle trivellazioni, secondo l’accusa avrebbero messo a disposizione del clan di Limbadi e degli associati il capannone, ove erano detenuti e custoditi i beni aziendali, affinché potessero essere ivi svolte riunioni ed incontri anche con esponenti di consorterie del Reggino come i Ruga di Monasterace ed i Gullace-Albanese di Cittanova. Gli viene contestato il reato di associazione mafiosa.

Arresti domiciliari anche per l’imprenditore edile Angelo Restuccia, 76 anni, di Rombiolo, residente a Filandari, già coinvolto in altra inchiesta della Dda di Reggio Calabria. Pure per lui l’accusa di associazione mafiosa. Avrebbe devoluto al clan Mancuso, con la “Restuccia Costruzioni spa”, somme di denaro secondo prestabilite scadenza temporali, “consapevole del ruolo svolto sul territorio dalla consorteria e dai suoi associati”.

Arrestato poi Andrea Prestanicola, 33 anni, di Ionadi con il ruolo di partecipe all’associazione mafiosa dei Mancuso. Quale “reale ed effettivo titolare e gestore dell’esercizio commerciale, del tipo bar-ristorazione, denominato “MI AMI”, sito a Pizzo Calabro, insieme a Domenico Anello, avrebbe devoluto alla cosca somme di denaro secondo prestabilite scadenza temporali.

Antonio Prestia

Associazione mafiosa anche l’accusa per l’imprenditore edile Antonio Prestia, 51 anni di San Calogero, già condannato nell’inchiesta “Black money”. Con la società Pre.Coitalia srl con sede a Mesiano di Filandari, “formalmente rappresentata ed amministrata dal figlio Prestia Carmine”, nonché di amministratore e legale rappresentante della società “Costruzioni Prestia srl”, sempre con sede a Mesiano, entrambe attive nel settore dell’edilizia, avrebbe eseguito” a favore degli associati lavori edili a prezzi scontati ovvero gratuitamente”.

L’elenco degli imprenditori coinvolti nell’operazione è però ancora lungo.

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