Autobomba di Limbadi, Libera: «Reazione rabbiosa di chi vede minacciato il suo potere»

Proseguono le reazioni del mondo politico e associativo dopo i gravi fatti di lunedì. Mangialavori: «Fatto che riporta la provincia indietro di anni»; Bova: «Segnale di nervosismo». La Cgil: «Vicinanza alla famiglia»

 

Proseguono le reazioni del mondo politico e associativo dopo i gravi fatti di lunedì. Mangialavori: «Fatto che riporta la provincia indietro di anni»; Bova: «Segnale di nervosismo». La Cgil: «Vicinanza alla famiglia»

 

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La vettura distrutta dall'esplosione a Limbadi
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«Altro sangue scorre a testimoniare il clima di forte tensione, di difficoltà e delicatezza che interessa la provincia di Vibo Valentia, dove si continua ad uccidere posizionando un ordigno sotto un’automobile. Ci aspettiamo certo, una risposta chiara e forte da parte dello Stato che deve star vicino a chi come Matteo, decide di affiancarlo nella lotta contro i soprusi della ‘ndrangheta, contro le malefatte, contro l’orrore e la prepotenza bruta che impera ancora sul territorio. C’è chi denuncia, chi decide di non piegarsi ma anzi di tenere la schiena dritta e di ripudiare la deformante giuridica emanata dalla ‘ndrangheta, quella legge dell’omertà, del silenzio cupo e dell’obbedienza che le ‘ndrine vorrebbero ergere a costituzione e che per troppo tempo, ha trovato radici solide e penetranti».  

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Proseguono senza soluzione di continuità le prese di posizione all’indomani dell’autobomba che a Limbadi è costata la vita ad un 42enne del luogo e il grave ferimento del padre. A pronunciarsi pubblicamente è ora l’associazione antimafia Libera Vibo Valentia, guidata da Giuseppe Borrello. «Ci chiediamo – scrive Borrello -, un attentato che ricalca appieno il modus operandi della ‘ndrangheta di matrice terroristica, in pieno giorno, nella roccaforte dei Mancuso e secondo i primi passi delle indagini, per un terreno di confine, perché? Qual è il vero prezzo che quel mondo fatto di silenzi e sudditanza, dava a quegli ettari di terreno? Un messaggio di morte – prosegue – da chi vuole far mostra, in modo eclatante della propria presenza, presenza che forse, inizia ad essere disconosciuta, potere che forse, inizia ad essere bestemmiato e vacilla. Nervosi e febbrili vedono il loro campo restringersi grazie al lavoro immane che in questi mesi soprattutto, le Forze dell’ordine stanno svolgendo, ma pensiamo che stia iniziando a sollevarsi rispetto al passato, anche una reazione da parte dei cittadini e delle cittadine, di chi non rimane inerme di fronte alla violenza nefanda ma vuole liberare sé stesso e purificare i luoghi dallo stigma di terra di ‘ndrangheta, con dignità e caparbietà, iniziando ad assaporare il piacere dell’onestà. Tutto questo non è bastato però ad evitare l’atto sanguinoso che ha lasciato tutti sgomenti, allora siamo inevitabilmente chiamati a fare un atto di “mea culpa” e ad assumerci la nostra parte di responsabilità perché se Matteo ha perso la vita, forse, non ha avuto l’appoggio e il sostegno di cui aveva bisogno, forse ancora in terra di Calabria, sono pochi e poche i Matteo che per amore, non cedono». 

E ancora: «Noi la vediamo una piccola luce di speranza ma non basta a riscrivere la nostra storia, siamo chiamati a far sì che quella piccola luce, diventi un sole nuovo dal bagliore accecante e sancisca il “foedus” tra Istituzioni e popolo, di impegno comune per un domani senza più sangue. Il rumore dell’autobomba deve arrivare nelle nostre case, rompere i nostri vetri, entrare prepotentemente nelle nostre teste e nelle nostre coscienze per alimentare l’indignazione, perché la resistenza civile deve incrementare la sua forza anche e soprattutto per Matteo e la sua famiglia, che ci danno un grande esempio di umiltà e di coraggio, di rivendicazione e difesa dei propri diritti. Al simbolismo dissacrante della ‘ndrangheta ha risposto con umanità disarmante Rosaria, la mamma di Matteo, dicendo di non aver paura. Adesso tocca a noi, questo è il momento di metterci la faccia e di far vedere che comunità siamo ma soprattutto che comunità vogliamo essere».

Sul gravissimo episodio si è espresso anche il senatore Giuseppe Mangialavori manifestando «la più ferma e decisa condanna dell’atto terroristico-mafioso che ha portato alla morte del giovane Matteo Vinci e al ferimento del padre. Azioni così eclatanti fanno piombare il territorio vibonese in un contesto di guerra rispetto al quale cittadini, istituzioni e forze dell’ordine devono mantenere alta l’attenzione. L’autobomba di Limbadi – continua il parlamentare di Forza Italia – dimostra che la ‘ndrangheta ha ormai alzato il livello e non esita a portare avanti azioni dimostrative cruente pur di ribadire il suo controllo del territorio. Aspetteremo le risultanze investigative per analizzare meglio il fenomeno. L’attentato di Limbadi – conclude Mangialavori – fa tornare indietro di decenni l’intera provincia di Vibo e ci rammenta quella stagione delle stragi di mafia da cui l’Italia è tuttavia uscita vittoriosa. Noi continueremo quindi ad avere la fiducia più piena nei confronti dell’azione delle forze dell’ordine e della magistratura, che troveranno il modo per punire severamente i colpevoli di questo omicidio».

Infine, il consigliere regionale e presidente della Commissione contro la ‘ndrangheta Arturo Bova. «Quotidianamente assistiamo, in ogni angolo della Calabria, ad intimidazioni e attentati, ma di rado si era arrivati ad un’autobomba così sofisticata – afferma Bova -. Qualsiasi sia il movente da cui è scaturita una tale violenza, però, il senso del gesto non cambia: la ‘ndrangheta è un’organizzazione criminale il cui potere non può e non deve essere sottovalutato. Ma, come detto, un gesto così eclatante è fuori dagli schemi classici delle manifestazioni violente della ‘ndrangheta, che invece ha spesso preferito metodi meno “mediatici” sebbene altrettanto efferati e violenti. Si può quindi leggere una sorta di inatteso nervosismo in un attacco del genere, quasi come il colpo di coda di un grosso predatore marino che tenta disperatamente di non essere catturato sebbene sia ormai finito nella rete dei pescatori. Un gesto estremo, pensato e fatto nel tentativo di affermare un controllo del territorio ormai perso per il lavoro svolto da magistratura e forze dell’ordine, che ogni giorno assestano pesanti colpi all’architettura della ‘ndrangheta. Sono sicuro, quindi, che la risposta dello Stato, così come ha affermato il procuratore aggiunto di Catanzaro Giovanni Bombardieri, sarà forte almeno quanto la violenza del fatto. Mi auguro – conclude il Presidente – che una risposta arrivi anche alle domande che da anni tormentano i genitori di Filippo Ceravolo, il 19enne ucciso dalla ‘ndrangheta nel 2012 perché aveva chiesto un passaggio alla persona sbagliata. L’ignobile sfregio alla sua memoria perpetrato da ignoti al monumento che lo ricorda, serva a riaccendere i riflettori su una vicenda mai chiarita, così da dare un po’ di conforto ai genitori di Filippo, un papà e una mamma a cui mi lega un sentimento speciale e che con grande forza e dignità da anni attendono che lo Stato dia loro una risposta».

Si unisce al coro di sdegno la Cgil Vibo Valentia: «Un azione criminale di questa portata esprime con chiarezza l’arroganza e la prepotenza di chi crede di essere al disopra dello Stato, della democrazia e della società civile. In più – prosegue il sindacato -, getta maggiormente nello sconforto un intero territorio che già di per sé arranca in una crisi economica e sociale da cui sembra non arrivare mai al fondo. Cosa, questa, che rende fertile il terreno di coltura della criminalità organizzata, che continua a destare per noi e per la parte sana della società vibonese, la grande maggioranza, una gravissima preoccupazione. Sentiamo il dovere morale, prima che civile, di esprimere con forza la più ferma condanna per questo nuovo, recrudescente, quanto ingiustificabile, episodio di violenza. Analogamente, per distruggere ogni muro di silenzio, anche inconsapevolmente complice, vogliamo esprime tutta la nostra vicinanza alla famiglia delle vittime, alla madre ed alla giovane compagna di Matteo Vinci, così come a tutta l’intera comunità di Limbadi. Ed ancora alle Forse dell’ordine, per quanto svolgono con assoluta abnegazione, in uno stato di perenne emergenza. Come Cgil di Vibo Valentia, intendiamo non farli sentire tutti loro soli in queste terribili ore e daremo sempre il nostro incondizionato sostegno a quanti, quotidianamente, sono impegnati per liberare il paese dall’asfittica ipoteca della criminalità organizzata».

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