Elezioni comunali a Vibo, i riflettori degli inquirenti accesi sulle liste

Dalle infiltrazioni malavitose nella campagna elettorale ai problemi atavici di una città alla canna del gas, fra candidati che fanno finta di non vedere i condizionamenti e le vere illegalità divenute regime

Dalle infiltrazioni malavitose nella campagna elettorale ai problemi atavici di una città alla canna del gas, fra candidati che fanno finta di non vedere i condizionamenti e le vere illegalità divenute regime

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A parole nessuno li vuole. A parole, i voti della mala fanno schifo. A parole… Poi però fanno finta di non vedere e di non sapere. E l’incassano volentieri. Così capita che in un’affollatissima convention elettorale, in prima fila ci siano i pezzi grossi della politica, in seconda – entusiasti, e così partecipi – un uomo con una sfilza di pregiudizi per narcotraffico e reati contro il patrimonio e un altro ancora con precedenti per usura. E, appoggiato ad un pilastro, a scrutarne ogni battito di ciglia, un agente di polizia giudiziaria. D’altronde quanto appare, o si vuol far apparire, a Vibo Valentia più che altrove, non è aderente alla realtà che però – stavolta – sembra ben monitorata dalle forze inquirenti. Riflettori accesi, quindi, sulle elezioni amministrative e sul Comune (presente e futuro) di Vibo Valentia. Sì, perché a queste latitudini, le acquisizioni investigative sono allarmanti. E se i casellari giudiziari dei candidati sono sufficientemente lindi (attenzione, i carichi pendenti sono ben altra cosa…), diverso è invece il pedigree di alcuni strettissimi congiunti, parenti, amici e amici degli amici.

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Diverso, rispetto alla realtà che si vuol far apparire, diverso rispetto alla realtà di comodo, è quello che – per esempio – emerge dalle intercettazioni acquisite agli atti dell’inchiesta “Rimpiazzo”, dalle quali si evince che il killer e vertice dei Piscopisani ricaricava la carta di credito all’ex assessore incensurato o che, l’ex consigliere incensurato, s’intratteneva con uno degli uomini dei Piscopisani per discettare di questioni bancarie. Oppure il controllo del voto, ad ogni tornata. «Tua sorella ha votato a…? E tua mamma? Sì? E allora mandami la foto della scheda…». Altro ancora è quello che emerge dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che di politici asseritamente vicini, laddove addirittura non pienamente organici a torbidi ambienti, ne tirano in ballo più di uno. Ma qui, a Vibo Valentia, il problema non è l’infiltrazione malavitosa e trasversale nei gangli della classe dirigente. Non sono i milioni di metri cubi di cemento selvaggio che hanno dilaniato la costa. Non è il dissesto idrogeologico che – aggravato dalla mano dell’uomo e dall’inerzia delle istituzioni – ha già provocato morti, feriti e danni milionari. Non è l’illegalità divenuta regime, né la deregulation come scelta politica per alimentare la discrezionalità di un’oligarchia che tiene in pugno non il destino di una città che agli ultimi posti per qualità della vita da qualcuno certamente è stata portata. Non è l’acqua non potabile da anni, non sono la disoccupazione, il lavoro nero e il lavoro grigio, il crimine organizzato e non. Le compiacenze e le connivenze. Non è l’uso strumentale dei pubblici poteri a fini privati. Qui, a Vibo Valentia – un po’ come il traffico nella Palermo di Jhonny Stecchino – i problemi sono altri…                                                  LEGGI ANCHE: Il clan che pilotava i voti alle elezioni e i politici legati a doppio filo con i Piscopisani

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