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Petrol Mafie: la deposizione di Arena fra omicidi impuniti, i clan di Piscopio e gli imprenditori

Il collaboratore si è soffermato sui contrasti fra le varie famiglie della frazione di Vibo ed i legami con le altre consorterie. Dal presunto ruolo dei D’Amico alla figura di Ciccio D’Angelo, dal vecchio al nuovo locale di ‘ndrangheta sino al rapporto con i Mancuso

Petrol Mafie: la deposizione di Arena fra omicidi impuniti, i clan di Piscopio e gli imprenditori

Deposizione del collaboratore di giustizia, Bartolomeo Arena, nel processo Petrol Mafie in corso di svolgimento dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia. Un esame che è servita alla pubblica accusa – la Dda di Catanzaro – per delineare i legami di alcuni imputati con la c.d. “Società di ‘ndrangheta” di Piscopio.
“A Piscopio c’è stata sempre una società di ‘ndrangheta sin dagli anni Sessanta – ha esordito Arena – perché mi ricordo che mio nonno era già all’epoca in contatti con tutti, con Fiore Giamborino, con Lele Patania, con Francesco D’Angelo detto Ciccio Ammaculata. Infatti Francesco D’Angelo, quando è uscito, mi pare per un omicidio, la richiesta di lavori l’ha fatta fare per lui mio nonno, Vincenzo Pugliese Carchedi. Mio nonno era legatissimo con Fiore Giamborino, pure con Lele Patania e pure con Francesco D’Angelo. Poi c’erano i contatti con tutti gli altri, Lo Giudice, i Piperno, tutti nella società di ‘ndrangheta di Piscopio. Questo gruppo di ‘ndrangheta negli anni Ottanta aveva avuto dei problemi e per un periodo si era diviso tra Piscopio di sopra e Piscopio di sotto, in quanto c’erano delle ostilità tra queste due fazioni che erano culminate pure con degli omicidi, dei tentati omicidi e mi pare anche una lupara bianca. Se non sbaglio – ha ricordato Arena – sparì uno dei Patania e ci fu il tentato omicidio di Domenico La Bella, detto Micu Revolver, oltre al tentato omicidio di Giuseppe Cirianni. E poi anche l’omicidio di Michele Carnovale. C’era stato pure l’omicidio di Mario Fiorillo, detto Pelle, e di un altro che si chiamava Artusa, che era in contrapposizione ai Piscopisani di sopra, ovvero i Giamborino. Nei Piscopisani di sotto c’erano invece i Piperno e i Cirianni che avevano ospitato durante la latitanza Peppe Mancuso, detto ‘Mbrogghia. [Continua in basso]

Antonio Mancuso

Nei Piscopisani di sopra sicuramente possiamo distinguere i Lo Giudice, Antonio e Giovanni, i Fiorillo, Lele Patania, i Giamborino e Nino Sartan che si chiama Nino Cutrullà, Domenico La Bella, Pino Fiorillo che è il padre di Michele Fiorillo e poi altri che adesso mi sfuggono. Per Cirianni mi riferisco a Peppe Cirianni, mentre per Piperno mi riferisco a Michele Piperno che chiamano tutti “Luzzu u Tanguni”. Per Giamborino mi riferisco a Fiore Giamborino che sarebbe il padre di Giovanni Giamborino e di Michele Giamborino, e poi c’era pure Pietro Giamborino, il politico, che era rimpiazzato, che era stato fatto picciotto in quel corpo di società. Della composizione di tale gruppo di Piscopio ho saputo da mio nonno, Vincenzo Pugliese Carchedi, che all’epoca aveva rapporti con tutti, con i Mancuso, con Francesco Mancuso, Antonio Mancuso, Peppe Mancuso, e a Piscopio in particolare con Francesco D’Angelo, detto Ciccio Ammaculata, con Lele Patania e Fiore Giamborino”.  

La fine delle ostilità a Piscopio fra le due fazioni

L’omicidio di Mario Fiorillo, all’epoca di 42 anni, avvenuto in via Mesima a Piscopio, risale al 14 novembre 1990 ed è stato ucciso unitamente ad Antonio Artusa di anni 25, entrambi assassinati  a colpi di arma da fuoco ad opera di ignoti. Due delitti rimasti impuniti. Secondo Bartolomeo Arena, dopo tali fatti di sangue, unitamente al tentato omicidio di Peppe Cirianni ed all’omicidio di Michele Carnovale, le ostilità fra i due gruppi di Piscopio sarebbero cessate. “A quel punto – ha svelato il collaboratore – i Cirianni e i Piperno rimasero più legati a Peppe Mancuso, detto ‘Mbroghja”, e a Damiano Vallelunga di Serra, mentre i Piscopisani di sopra si avvicinarono tantissimo ai Fiarè di San Gregorio d’Ippona e quindi pure ad altri dei Mancuso, perché ad esempio i Giamborino erano molto legati ai Mancuso della generazione degli undici, in quanto ricordo che negli anni novanta i Giamborino avevano una concessionaria di macchine in società cin Luni Mancuso, detto Vetrinetta”. [Continua in basso]

Il nuovo locale di ‘ndrangheta dal 2009

Nazzareno Fiorillo

Alla fine del 2009 è stato aperto a un nuovo locale di ‘ndrangheta a Piscopio – ha continuato il collaboratore Arena – attraverso il Crimine di Polsi, tramite l’intercessione di Franco D’Onofrio e tantissime altre persone, tipo Oppedisano di Rosarno. A richiedere a Polsi la riapertura del locale di Piscopio a tutti gli effetti sono stati, in modo formale, Rosario Fiorillo, Battaglia Rosario, Giuseppe Galati, detto Pino il Ragioniere, Nazzareno Fiorillo, detto il Tartaro, Michele Fiorillo, detto Zarrillo. Per avviare questo nuovo locale di ‘ndrangheta a Piscopio, mio zio Domenico Camillò era stato invitato da Antonio Cuppari, che all’epoca era il capo del locale di Spilinga, a presenziare, anche se alla fine mio zio rinunciò in quanto aveva saputo che Nazzareno Fiorillo per l’apertura non avrebbe voluto nessuno dei vibonesi. Alla fine, durante un matrimonio, Nazzareno Fiorillo disse a mio zio Domenico Camillò di non aver mai detto una cosa del genere e che sicuramente si trattava di una tragedia ordita da Antonio Cuppari. Il nuovo locale dei Piscopisani era legato agli Aquino di Marina di Gioiosa Ionica, ai Commisso di Siderno, ai Pelle di San Luca e agli Alvaro di Sinopoli e poi al gruppo a Vibo di Andrea Mantella e Francesco Scrugli, agli Emanuele delle Preserre, ai Mantino-Tripodi di Portosalvo, con il gruppo di Stefanaconi capeggiato da Emilio Bartolotta, e anche con i Campisi-Cuturello di Nicotera che sono imparentati con un ramo dei Mancuso”.

Arena sui D’Amico

Antonio D’Amico
Giuseppe D’Amico

Bartolomeo Arena è quindi passato a parlare dei due imputati di Petrol Mafie: i fratelli D’Amico. “Pino D’Amico è il genero di Francesco D’Angelo, detto Ciccio Ammaculata. Per come mi diceva Francesco Antonio Pardea, i D’Amico erano inseriti nella società di Piscopio, però a me come uomo d’onore mi hanno presentato solo al fratello grande, non mi ricordo come si chiama, quello che ha la pompa di benzina della Dmt nei pressi del Tribunale nuovo, che, se non sbaglio, è sposato con una Gallace. Credo che sia genero della buonanima di Antonio Gallace. Pardea mi disse che i D’Amico erano elementi della società di Piscopio, erano funzionali a quella società e che si mettevano a disposizione con i Piscopisani anche nel nuovo locale per finanziarli. Non è che prestavano i soldi ai Piscopisani per andare a comprarsi la macchina o farsi la vacanza, finanziarli – ha specificato Arena – nel senso che se loro avessero dovuto fare dei traffici o comprare droga o fare altro, loro glieli prestavano i soldi, in questo senso qua. Poi, se erano stati affiliati nel locale di Piscopio recentemente o se già erano affiliati dagli uomini d’onore che c’erano prima, questo non glielo so dire. Però il fratello grande so che era un uomo d’onore ma già di lunga durata. I D’Amico erano molto attivi nel campo dei carburanti perché li producevano nella zona di Maierato, so che riuscivano ad evadere l’Iva e accise e tramite qualche imprenditore riuscivano pure a fare fatture di comodo. Conosco Pino D’Amico sin dai tempi delle scuole, mentre il fratello più grande l’ho conosciuto più tardi, però era quello con il quale ci salutavamo negli ultimi periodi, era quello che mi era stato presentato come un amico. Pino D’Amico sapevo comunque che era il genero di Ciccio Ammaculata, che era un soggetto vicinissimo ai Piscopisani però non mi è mai capitato che me l’abbiano presentato come un amico e non mi ricordo sinceramente se anche lui era rimpiazzato o fosse solo funzionale al locale di Piscopio. Con Francesco D’Angelo, detto Ciccio Ammaculata, mi siono incontrato pure ad un matrimonio a Vibo dove lui era seduto al tavolo con Carmelo Il Grande di Parghelia”.

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