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Operazione Olimpo: l’operatività del clan La Rosa, ruoli e gerarchie per il controllo del territorio

La ‘ndrina di Tropea non avrebbe tralasciato quasi nessuna attività economica occupandosi di estorsioni, rapporti con imprenditori, gestione diretta di B&B, contraffazione di vini, armi e ospitalità dei latitanti

Operazione Olimpo: l’operatività del clan La Rosa, ruoli e gerarchie per il controllo del territorio
La conferenza stampa dell'operazione Olimpo a Catanzaro
Antonio La Rosa

E’ l’associazione mafiosa il principale reato contestato dalla Dda di Catanzaro con l’operazione Olimpo. Da un lato viene quindi svelato il ruolo del boss Diego Mancuso una volta tornato totalmente in libertà nel novembre del 2020 (trasferendosi da Limbadi in un villaggio di Santa Maria di Ricadi), dall’altro conferma la piena operatività del clan La Rosa di Tropea anche dopo le condanne definitiva per l’operazione antimafia denominata Peter Pan, scattata nel dicembre 2012. Ruoli e gerarchie della potente consorteria, che avrebbe il controllo su gran parte delle attività economiche a Tropea e dintorni, sono stati ricostruiti dagli inquirenti grazie ad una prolungata attività investigativa che non ha lasciato nulla al caso. Ecco organigramma e competenze dei singoli indagati secondo la Dda di Catanzaro. [Continua in basso]

I capi del clan La Rosa

Domenico Polito
Francesco La Rosa

Capi ed organizzatori dell’articolazione di ‘ndrangheta attiva su Tropea e su parte del territorio di Ricadi vengono indicati Antonio La Rosa, 61 anni, detto “Ciondolino”, e il fratello Francesco La Rosa, 52 anni, alias “U Bimbu”. I due – secondo l’accusa – avrebbero operato in costante collegamento con la consorteria di ‘ndrangheta di Limbadi e, segnatamente, con il boss Luigi Mancuso di cui riconoscevano il ruolo di “capo crimine” per tutta l’area del Vibonese. Un ruolo importante nel clan La Rosa viene attribuito dagli inquirenti a Mimmo Polito, 59 anni, di Tropea, che avrebbe garantito un costante raccordo con il clan Mancuso. In tal modo, Antonio e Francesco La Rosa avrebbero individuato gli obiettivi da perseguire anche attraverso la selezione delle attività commerciali da sottoporre ad estorsione, curando direttamente le condotte estorsive ed i rapporti con gli imprenditori assoggettati o compiacenti, impartendo disposizioni ai propri affiliati ai quali avrebbero indicato le azioni da compiere, ripartendo tra gli associati i proventi delle attività delittuose, dirimendo i contrasti coinvolgenti i sodali, all’interno ed all’esterno della consorteria di Tropea, occupandosi infine delle attività imprenditoriali e degli investimenti del sodalizio.

Il ruolo di Domenico La Rosa

Domenico La Rosa

Classe ’38, Domenico La Rosa è il padre di Antonio e Francesco. Per la Dda di Catanzaro è lui il “maggiorente” della ‘ndrina di Tropea e punto di riferimento criminale per i figli Antonio e Francesco La Rosa”. Proprio dinanzi a Domenico La Rosa sarebbero state affrontate – secondo quanto emerge dalle indagini – le questioni di maggior rilievo. Domenico La Rosa sarebbe così ritenuto una figura autorevole da spendere nella fase di interazione con le altre articolazioni di ‘ndrangheta; lo stesso avrebbe infatti partecipato a “tutte le dinamiche associative, a riunioni con i principali esponenti del sodalizio -anche con i maggiorenti di altre articolazioni – mettendo a disposizione pure la propria abitazione”. Sempre Domenico La Rosa, avrebbe avuto un ruolo anche nell’individuazione di luoghi idonei dove nascondere i latitanti, partecipando infinealla pianificazione delle attività estorsive ed alla ripartizione degli utili derivanti dalle attività illecite. [Continua in basso]

Alessandro La Rosa

E’ il figlio 29enne di Francesco La Rosa ed anche lui è finito in carcere. Gli viene contestato il reato di associazione mafiosa quale partecipe dell’omonima ‘ndrina di Tropea, fungendo da “braccio operativo del sodalizio”, eseguendo le direttive dello zio Antonio La Rosa e del padre Francesco, ponendo in essere “concrete condotte estorsive su mandato degli stessi”, rendendosi disponibile a detenere armi, a trasmettere imbasciate veicolate per conto di Antonio La Rosa, nonché a figurare come intestatario dei B&B gestiti dai maggiorenti della consorteria e riconducibili, in particolare, al padre Francesco”.

Gaetano Muscia

Gaetano Muscia

In carcere è finito anche Gaetano Muscia, 59 anni, detto “Mino”. Per lui (con precedenti significativi per narcotraffico, usura ed estorsione) il reato di associazione mafiosa fa riferimento al ruolo di partecipe alla ‘ndrina di Tropea e di esecutore delle disposizioni di Antonio e Francesco La Rosa, anche in qualità di “messo incaricato di compulsare le estorsioni”, nonché di organizzatore dell’attività di reinvestimento dei proventi dell’attività illecita, di gestore delle attività imprenditoriali promosse dai fratelli Antonio e Francesco La Rosa sia condotte con modalità lecite che illecite. Fra queste, ad avviso degli inquirenti, anche la commercializzazione di vini con etichette contraffatte. Sempre a Gaetano Muscia sarebbe stato affidato il compito di individuare i luoghi idonei dove nascondere i latitanti con l’appoggio logistico del sodalizio di Tropea. Per lui il gip parla di “spiccata indole delinquenziale” e inserimento in “circuiti criminali decisamente allarmanti”. [Continua in basso]

Damian Fialek

Damian Fialek

Già condannato ad un anno nell’operazione Black money, Damian Fialek, 46 anni, di nazionalità polacca ma da anni residente fra Sant’Angelo di Drapia e Ciaramiti, avrebbe avuto il ruolo di partecipe nel clan La Rosa, anche lui in qualità di “messo incaricato di compulsare le estorsioni sul territorio nonché di organizzatore dell’attività di reinvestimento dei proventi dell’ attività illecita e di gestione delle attività imprenditoriali promosse dai fratelli La Rosa sia condotte con modalità lecite che illecite. Anche lui si sarebbe occupato della commercializzazione di vini con etichette contraffatte. Anche per il gip sarebbe stato l’organizzatore dell’attività di reinvestimento dei proventi dell’attività illecita poiché, in veste di organizzatore, alterava indicazioni geografiche o denominazioni di origine di prodotti agroalimentari, ponendoli poi in vendita o
mettendoli in circolazione sul mercato italiano ed estero.

Giuseppe Ferraro e Michele Bruzzese

Il primo, 29enne di Brattirò (frazione di Drapia) avrebbe partecipato all’associazione mafiosa eseguendo le disposizioni di Antonio e Francesco La Rosa, anche in qualità di esecutore materiale di attività estorsive sul territorio, effettuando a tal fine sopralluoghi sui cantieri e verificando l’avanzamento dei lavori. In generale si sarebbe occupato degli aspetti operativi del controllo del territorio, detenendo armi da fuoco per conto del sodalizio. Michele Bruzzese, 43 anni, di Tropea, sarebbe un altro partecipe del clan La Rosa, deputato a veicolare messaggi per conto dei maggiorenti della ‘ndrinaed a perfezionare in prima persona le estorsioni sul territorio.

La moglie del boss

Associazione mafiosa è anche il reato ipotizzato nei confronti di Tomasina Certo, 59 anni, detta “Msina”, indagata a piede libero e moglie del boss Antonio La Rosa. Per la Dda sarebbe anche lei partecipe al clan guidato dal marito e soggetto deputata a custodire i proventi dell’attività di estorsione ed impegnata ad agevolare la contabilità del clan. Per il gip, però, gli elementi acquisiti nel corso dell’indagine non sono stati ritenuti idonei a sostenere l’accusa.

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