La figlia di Leone Soriano che sognava di diventare carabiniere – Video

Le intercettazioni in carcere tra il capobastone e i familiari, lo sfogo contro forze dell’ordine e la stessa famiglia, e la rassegnata constatazione della ragazza: «La mafia ha rovinato l’Italia e tu ne fai parte»
Le intercettazioni in carcere tra il capobastone e i familiari, lo sfogo contro forze dell’ordine e la stessa famiglia, e la rassegnata constatazione della ragazza: «La mafia ha rovinato l’Italia e tu ne fai parte»
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Leone Soriano

di Alessia Candito

Dottoressa, cosmonauta, pirata. Ballerina, maestra, magari persino allevatrice di struzzi. Nell’universo del “cosa farò da grande”, la geografia non conosce limiti, né confini. Non conosce “no”. Poi le aspirazioni fanno i conti con la vita, le possibilità, le opportunità. Ma Francesca non sognava di andare sulla luna, né di scalare l’Everest. Sognava una divisa. «Avevo pensato anche all’Arma» o «mi sarebbe piaciuto anche l’esercito» dice. Ma il suo no lo ha incontrato subito, inciampando nel suo cognome, Soriano, che a Filandari significa violenze, soprusi, leggi di uno Stato altro che sulla carta, non c’è ma nella sua casa, nella sua vita comanda. Si chiama ‘ndrangheta e lei non l’ha scelto. In un clan ci è nata.
Boss o presunto tale è suo padre, magari visto più durante le visite in carcere che a casa, criminale era lo zio Roberto, plausibilmente ucciso e andato ad allungare le liste degli spariti per lupara bianca. Organici sono ritenuti dagli inquirenti i cugini, gli zii, parenti acquisiti, amici. «Fino alla settima generazione siamo tutti pregiudicati e io ci avevo pensato pure all’Arma» dice. Con la famiglia, non recide contatti o legami, non sbatte la porta, non va via. Non ce la fa, non può, magari in fondo non vuole. Le carte dell’inchiesta Rinascita-Scott non lo dicono. Ma una ribellione a quel destino, seppur parziale c’è. E sta nella gelida calma con cui presenta al padre il conto delle sue scelte. [Continua dopo la pubblicità]

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Emanuele Mancuso

Non è da tutti. Perché si tratta di Leone Soriano, «uno psicopatico, un criminale temuto dalla sua stessa famiglia, con seri problemi di carattere e personalità» dice Emanuele Mancuso, il primo pentito dello storico casato di Limbadi. Un soggetto che aveva inaugurato «una linea stragista – aggiunge il collaboratore – che avrebbe portato a delle conseguenze negative per l’intero nucleo familiare dei Soriano, nonché per l’incolumità dello stesso Leone Soriano». Ed in effetti Soriano più volte ha rischiato di essere ammazzato. Anche dagli stessi Mancuso.

Lo voleva morto Peppe “Mbrogghia”, il capo militare di Mancuso, o almeno così era stato detto al pentito Angiolino Servello, che su commissione ha confessato di aver posizionato la bomba che avrebbe dovuto spazzarlo via insieme ai fratelli, ma che alla fine, per errore, ha solo trucidato Angelo e Bortolo Pesce, due ragazzini di 10 e 14 anni. Lo aveva messo nel mirino il clan Accorinti. E solo l’arresto nell’operazione Nemea – dice il pentito Mancuso – alla fine lo ha salvato. Ingombrante, feroce, sanguinario Leone Soriano era inviso a tutti. E l’astio parimenti lo ricambiava. «Li ho avuti a tutti contro a quelli che sono usciti dal carcere, non hanno guardato nulla, con tutto il rispetto sono una massa di figli di puttana e di cornuti , io a quest’ora non ero in queste condizioni, mi hanno lasciato solo come un cane chi è potuto fuggire è fuggito» si lamenta, intercettato in carcere. Ne ha anche per la sua famiglia di sangue. «Massa di cornuti fratelli miei anche loro! Massa di infami! Tragediatori i miei nipoti, cosi lordi e cornuti, tutti cornuti e figli di puttana, che famiglia sono nato io, famiglia di merda! Famiglia Soriano vado al Comune a cambiare il cognome».

Roberto Soriano

Sempre e comunque sopra le righe, sboccato, violento nei modi e nel linguaggio, Soriano non ha freni. In carcere sa di essere intercettato, ma non gli importa. E non si tratta – chiariscono gli inquirenti – neanche di un tentativo di “fare il pazzo”. E se lo fosse, sarebbe miseramente fallito. Di certo Soriano manda messaggi di odio e promesse di vendetta. Contro la Dda. Contro i carabinieri che lo hanno arrestato, contro il maresciallo Todaro, all’epoca comandante della stazione di Filandari, e del responsabile del nucleo, Valerio Palmieri. «Bastardi e porci, che vi ammazzavano, maniaci, cornuti, corrotti appena vi prendo vi faccio il culo così» grida, facendo gestacci. «Pisciaturi, pedofilo della Dda, cornuti, bastardi e cornuti». È un linguaggio a cui la moglie e le figlie di Soriano sembrano abituate. Non si sconvolgono, non si preoccupano, al massimo cercano di farlo concentrare due minuti su un argomento concreto. Ma il 27 marzo del 2018, nel parlatorio del carcere di Vibo, la figlia Francesca smette di aspettare che la buriana passi e lo affronta. Dalla trascrizione, i toni della ragazza non sembrano accesi. La sua appare più una rassegnazione, tagliente e gelida come l’acciaio.

Gli sbatte in faccia il suo sogno di entrare nell’Arma o nell’esercito, quando lui la canzona «così mangiavi i soldi dei poveri vecchiarelli», risponde a tono e rivendica «avrei fatto il mio lavoro con onestà». Per Soriano è una bestemmia. Considera “sbirri” e magistrati gli autori della sua rovina, si racconta come un perseguitato, vittima di manovre di alte sfere, dove si mischiano clan e istituzioni. Un alibi mal confezionato nel caso di Soriano, che inveisce contro magistrati e inquirenti. Ma è litania che Francesca conosce, quindi lo interrompe, lo sfida «Papà, invece loro fanno parte di quell’altro lato. È la mafia che ha rovinato l’Italia e tu – sibila la ragazza – fai parte di quel…». Il boss si imbufalisce, la interrompe, grida «ma quale mafia, la mafia ci dà lavoro». Ma a quella tesi così, così come alle parole del padre, Francesca Soriano sembra non credere più.

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